Ma che bel prodotto che siamo

Il capitale-bisogni, investito da ciascun consumatore privato, è oggi altrettanto essenziale per l'ordine della produzione quanto i capitali investiti dall'imprenditore-capitalista, o il capitale forza-lavoro investito dal lavoratore salariato. Jean Baudrillard, Per una critica dell'economia politica del segno

Charlie Chaplin, Tempi Moderni
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Ma che bel prodotto che siamo

 

La modernità si può sintetizzare con un movimento circolare chiuso in sé stesso: produrre per semplificare e semplificare per produrre. Anche adesso, con questa affermazione, semplifico per produrre.

Al di là di qualsiasi valutazione etica in proposito, va’ detto che lo stesso processo conoscitivo tende “inizialmente” a semplificare. Infatti utilizza “schemi” per arrivare a possedere un concetto e produrre una conoscenza. Non possiamo fare altrimenti. Non siamo in grado oggettivamente di raccogliere idee e stimoli in modo totalizzante. Serve schematizzare. Il guaio è che stiamo prendendo l’abitudine a fermarci a questo stadio, che è un po’ come credere che prendere appunti significhi già aver imparato.

Siamo inseriti in un processo che ricalca un sistema rodato e produttivamente virtuoso. Facciamo un esempio, prendiamo la visita in un centro commerciale: il nostro agire in esso è solo in apparenza libero e disinvolto, la ricchezza delle merci e delle opportunità  offerte ci inducono a credere che siamo noi a scegliere, anche se in realtà siamo solo avvinti da una forte sproporzione: i nostri interessi, le nostre possibilità e i nostri bisogni sono solo incommensurabilmente inferiori rispetto a ciò che uno sterminato accumulo di merci ci offre. Siamo una minoranza “consumante”.

In quel “luogo” persino i nostri percorsi sono scanditi, in alcune strutture addirittura segnati, obbligati, Dobbiamo percorrere tutto il labirinto per arrivare al reparto interessato, quasi fossimo su un nastro trasportatore. Abbiamo tutti un carrello, ci dirigiamo tutti verso le casse, e proviamo un “senso del ritardo” se siamo costretti a tornare sui nostri passi.  Ci sembra quasi di commettere un errore se dovesse capitarci di ritornare in un reparto dove siamo già stati. Paghiamo, usciamo, e il nostro carrello pieno si incastra alla perfezione sui binari della scala mobile, un altro nastro trasportatore. Carichiamo la merce, prendiamo la nostra auto dal parcheggio e andiamo via.

Ripetiamo tutti le stesse operazioni, e tutti nello stesso luogo, in fila, ordinati, fino all’uscita. Un iter unico e concatenato. Qualcuno di primo acchito potrebbe dire che sembriamo quasi degli operai in una fabbrica, ma non la farei così facile.

Il processo di produzione è cambiato, la catena di montaggio sta acquistando un valore e un significato del tutto nuovi … si è evoluta. Qualcuno potrebbe dire il sistema di produzione in serie sia un’invenzione recente, ma se ci facciamo un giro nei pressi di Arles in Francia, più precisamente a Barbegal, scopriamo che già nel primo secolo avanti Cristo i romani producevano in serie farina con un sistema energetico realizzato con un acquedotto che trasportava acqua da 12 chilometri di distanza per poi incanalarla in un sistema mulini in serie.  Una vera e propria fabbrica che produceva  dalle 5 alle 6 tonnellate di farina al giorno e che sfamava da sola una popolazione di quindicimila persone. Semplificare per produrre, produrre per semplificare, lo abbiamo sempre fatto, ma adesso il prodotto sembra cambiato, anzi … è proprio cambiato!

Non smettiamo di produrre merci, anzi è – e resta- essenziale, ma, se ritorniamo all’esempio del centro commerciale, ci rendiamo conto che in qualità di consumatori siamo divenuti sterili come il processo che ci porta ad esser tali. Solo i nostri occhi e i nostri interessi si ravvivano, vengono stimolati a desiderare ancora altro. Noi, in quel posto ci ritorneremo … ma con desideri nuovi. La merce è la catena di montaggio dei nostri desideri, ci costruisce “stimolo dopo stimolo” e ci “invita” a consumare altro, ad acquistare altro, e tutto questo mentre noi viaggiamo su nuovi nastri trasportatori.

Chi avrebbe mai immaginato che saremmo divenuti noi “merce”? Che saremmo stati noi “il prodotto per eccellenza”? Oddio, se ci guardiamo indietro avremmo potuto intuirlo. Di fabbriche umane, soprattutto del tipo che sterminavano il loro “prodotto” il secolo passato ne ha viste di efficientissime. Ci è bastato solo “adattarle” al processo di produzione invece che a quello di distruzione, e poi un’ abbondante spolverata di luccicante pubblicità sopra ha fatto il resto!

Entriamo per fare un po’ di spesa ma siamo continuamente stimolati ad acquistare qualcos’altro. Siamo prodotti viventi, beni tra beni, ma con una sola qualità in più, il desiderio continuo di continuare ad essere “prodotti”. “Ah, domani torno e lo compro”.  

Una cosa è leggere Baudrillard, un’altra è trovarcisi dentro, non sapendo che questa immensa catena di montaggio che stimola i nostri desideri è divenuta pressoché infinita ed inevitabile.

L’alienazione è divenuta fantasmagoria: è tanto invitante quanto semplice, schematica e perfetta. Perennemente alimentata dal nostro desiderio di avere, inesauribilmente stimolata dall’enormità dell’offerta, una enormità che ci annichilisce d’incanto.  Come umanità possiamo permetterci di non essere un granché… ma come “ prodotto ” siamo fenomenali!

fonte foto ZN-FILOSOFICA

 

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