Ma il porto di Tripoli è sicuro

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Di Carlo Barbieri


Tripoli, campo di detenzione migranti.

Centinaia di disgraziati stipati nel caldo e nel sudore, fra le angherie – e peggio – che ormai sappiamo. Haftar lo bombarda: 40 morti, e “solo” 80 feriti. Un rapporto morti/feriti che dice che il campo è stato centrato con precisione e potenza. Alla fine i morti saranno certamente molti di più, perché essere un ferito a Tripoli non è come esserlo a Milano o a Torino.

Però per fortuna il porto di Tripoli è sicuro.

Il porto di Tripoli è sicuro. O forse lo è per un miracolo. O forse sicuro lo è solo nella mente di chi della migrazione vuole vedere solo l’ultimo anello – quello che porta in Italia – e solo di quello si occupa cavalcandone gli aspetti che fanno paura. Gente che sa benissimo che il problema si cura a monte, a forze europee congiunte: lavorando su tutta la catena, a cominciare dai paesi d’origine dove proprio i paesi “civili” come il nostro hanno creato, o contribuito a creare, condizioni di invivibilità.

Il guaio è che per ottenere veri risultati il nostro paese, che non ha la forza economica per prendere a schiaffoni gli altri come fanno gli Stati Uniti di Trump, ha solo un’arma: la moral suasion. Ma la moral suasion non può esercitarla chiunque: bisogna avere carisma, e quello nasce innanzitutto dall’altezza delle proprie idee e dalla pacatezza nell’esprimerle. Per dire: papa Francesco può esercitare moral suasion. Il nostro governo molto meno. Non certamente un governo in cui un ministro degli “Interniedituttoilresto” dice pubblicamente che è disposto a incontrare Junker, “ma solo prima delle dieci perché dopo è ubriaco.
Estate, tempo di vacanze. Non lontano da Tripoli ci sono i  meravigliosi siti archeologici di Leptis Magna e Sabratha. Chissà se qualcuno dei “portosicuristi” farà un bella  escursione in barca con attracco a Tripoli. Che naturalmente è un porto sicuro.

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