Le macchine di Tinguely, tra poesia, ingegneria e arte

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Castello di Howl e macchine di Tinguely: pezzi di case e rottami tenuti insieme dallo spirito Calcifer, che richiamano il museo di Basilea

Il viaggio

Pochi giorni fa avevo la possibilità di una sera di riposo a casa; ho deciso di sfruttarla per vedere un film di cui pur avevo sentito parlare tanto, ma che non avevo mai avuto modo di guardare: “Il castello errante di Howl”, capolavoro d’animazione del 2004 di Hayao Miyazaki sulla base del romanzo di Diana Wynne Jones. Per due ore mi sono immerso in quel mondo fiabesco ricco di avventure e sentimento, solcato nei suoi paesaggi dal grande castello dello stregone. E nel seguire il passaggio di questo “edificio” sono arrivato fino in Svizzera; come dalla porta magica del castello, mi si è aperta un’uscita sul Tinguely Museum di Basilea.

L’assemblaggio

Da una parte, un agglomerato ambulante di pezzi di case e rottami tenuti insieme dallo spirito Calcifer;  dall’altra le sculture di Jean Tinguely, analogamente derivanti dall’assemblaggio di parti metalliche, rottami ed altri elementi di recupero di vario genere. La combinazione dell’artista porta alla creazione dal molteplice di nuove entità; a caratterizzarle ulteriormente un movimento disordinato delle proprie componenti, garantito dalla presenza di motori elettrici di cui Tinguely le dota.

Con lo stesso processo attuato dai poteri di Calcifer, la genialità creativa dello scultore si occupa quindi di plasmare, letteralmente di far stare in piedi, i materiali trovati in nuove macchine. Queste ultime arrivano fino ad essere percorribili, abitabili dai visitatori, come è sua intenzione dichiarata ad esempio per la “Grosse Méta-Maxi-Maxi-Utopia” del 1987.

L’incontro

Ma un gruppo ben preciso dei suoi lavori mi ha condotto con maggiore puntualità e corrispondenza al collegamento con il castello di Howl. Nell’insieme di sculture mobili su strada, “Klamauk” è un esempio del 1979 costruito a partire dalla struttura di base di un trattore. Trovandosi davanti quest’opera, a riapparire è la giustapposizione di elementi dalle più disparate provenienze, i rumori e i “passi” sconnessi che creano una melodia sgraziata in cui tutto però riesce a trovare il proprio posto; persino il fumo di petardi richiama le ciminiere che sbuffano nelle scene del film.

Il movimento e le macchine di Tinguely

Una macchina, “Klamauk”, talmente cara al suo autore che lo accompagnerà nel suo ultimo viaggio: la cerimonia funebre dell’artista tenutasi a Friburgo il 4 settembre del 1991. Nella poesia festosa attraversata di malinconia e tristezza ritrova un’ultima volta come controparte la serenità delle scene di Miyazaki. Entrambi gli autori mostrano una possibilità, la capacità di parlare del mondo e guardarlo con leggerezza, e lasciarsi incantare dal movimento che scorre intorno a noi; le strutture più stravaganti e insolite come una segnaletica artistica assorbono quest’ultimo e ne sprigionano l’essenza più intima.

Giacomo Tiscione

Credits: “Si c’est noir, je m’appelle Jean”, veduta della mostra all’Istituto Svizzero, Milano, 17.02.2017-22.03.2017. Curata da Samuel Gross. Courtesy: Istituto Svizzero, foto © Giulio Boem.

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