Macron di nuovo contro i lavoratori francesi: le pensioni sono sotto attacco

Macron sta sferrando l'ennesimo attacco contro i lavoratori francesi, con una riforma che li costringerà a lavorare di più e per una pensione più incerta.

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Il governo di Macron sta portando avanti il suo progetto di riforma delle pensioni, propagandandolo come un modo per uniformare il sistema pensionistico francese con lo slogan “ogni euro di contributi dà gli stessi diritti”. Il cosiddetto “rapporto Delevoye”, consegnato all’esecutivo il 18 luglio, dovrebbe mettere ordine nelle finanze francesi e affrontare una supposta crisi demografica, ma il tutto avverrà a danno dei lavoratori e delle lavoratrici.

Il sito internet creato dal governo di Macron per la “consultazione civica” sulla riforma delle pensioni è ancora in costruzione, ma sono già partite le proteste da parte dei lavoratori e dei sindacati, contro un progetto di legge che, secondo la Confédération Général du Travail, produrrà una riduzione delle pensioni dal 10 al 30%. Una decina di migliaia di persone ha sfilato con il sindacato Force ouvrière sabato 21 settembre a Parigi, e 150 mila persone sono scese in piazza con la Cgt il 24, mentre dal 5 dicembre i lavoratori dell’azienda di trasporti di Parigi hanno dichiarato sciopero a oltranza, dopo aver già scioperato il 13 settembre.




Il ricatto della “pensione a tasso pieno”

Macron aveva dichiarato che non avrebbe aumentato l’età minima per andare in pensione e apparentemente ha mantenuto la sua promessa. Se l’età minima rimane, ad essere ben più importante sarà l’“età di equilibrio”, ovvero l’età alla quale si avrà diritto alla pensione integrale. Si potrà ancora prendere la pensione a 62, come avviene oggi, ma con una pensione decurtata, o si potrà anche ritirarsi dal lavoro oltre l’età di equilibrio, che viene preconizzata di 64 anni, guadagnandosi una pensione più alta. L’età minima per la pensione diventa un puro formalismo, mentre la vita lavorativa viene prolungata  de facto. Dopo decenni di controriforme delle pensioni che hanno aumentato la quantità di tempo necessario per ottenere il riposo dal lavoro, Macron predilige un approccio più subdolo ma ugualmente efficace: il ricatto economico.

E in più una sforbiciata netta

Se passerà la riforma di Macron, in Francia si lavorerà di più e probabilmente per una pensione inferiore. Il calcolo del valore della pensione verrà infatti effettuato su tutto l’arco della vita lavorativa e non sui 25 migliori, secondo l’attuale legislazione, che aveva apportato già un peggioramento rispetto ai 10 anni migliori su cui si calcolava la pensione in precedenza. Stiamo parlando di un taglio netto e generalizzato alle pensioni, una misura che rischia di penalizzare particolarmente i lavoratori precari e le donne, che hanno delle carriere lavorative in media più intermittenti. Ma ad essere particolarmente inquietanti sono gli effetti della riforma sul lungo termine.

Quel miraggio… la pensione

Macron ha intenzione di porre un tetto alla percentuale del Pil che può essere impiegata a finanziare il sistema pensionistico. L’attuale livello di spesa per le pensioni rispetto al Pil ammonta al 13,8% e Macron vuole fissare il tetto al… 14% del Pil. Il numero di cittadini francesi con più di sessant’anni aumenterà da qui al 2040 di 6 milioni. Ciò significa che, in assenza di un improbabile boom economico, il budget pensionistico verrà spalmato su un numero ben più consistente di lavoratori, con l’evidente effetto di una riduzione netta delle pensioni. Un ulteriore elemento di incertezza deriva, inoltre, dal fatto che l’età di equilibrio di cui parlavamo prima sarà legata all’andamento dell’aspettativa di vita. Più tardi si muore, più si lavora, a dispetto del naturale logoramento del corpo umano.

Nelle parole del governo l’età di equilibrio sarà una “leva di pilotaggio” del sistema pensionistico, un elemento mobile che permetterà ai futuri governi di non dover sborsare un soldo per le pensioni. Piuttosto che una crisi demografica da scampare, sembra avere di fronte una crisi di povertà e ipersfruttamento. Anche perché nel nuovo sistema di Macron i dispositivi di solidarietà che garantivano il versamento dei contributi durante i periodi di maternità, malattia o disoccupazione verranno cancellati e sostituiti da generici aiuti sociali, trasformando i diritti dei lavoratori in carità ai poveri.

Macron XVI, il re banchiere

Macron ha trasformato la Francia in un teatro di scontro sociale, determinato a portare avanti il suo programma per la competitività dell’economia francese, che in francese significa “aumentare i profitti a danno dei lavoratori”. Questo è  stato il senso della “Loi El Khomri”, la riforma del lavoro che ha provocato scioperi a oltranza in tutta la Francia e un enorme movimento di protesta dalle scuole alle fabbriche. Così come è stato percepito come un attacco alle condizioni di vita delle classi lavoratrici l’assurdo tentativo di combattere il cambiamento climatico mediante una tassa sul carburante, che danneggiava solo chi è costretto a prendere la macchina per andare al lavoro. Questa è stata l’originale scintilla del movimento dei Gilets Jaunes.

Secondo un sondaggio, 6 francesi su 10 ritengono che la consultazione imbastita da Macron sia solo una farsa politica, mentre il 67% non crede che il governo porterà avanti una buona riforma dell’attuale sistema, del quale il 72% è nondimeno insoddisfatto.  Se Macron si troverà davanti un grande movimento di protesta dipende principalmente dai sindacati, che hanno già dimostrato di non saper fronteggiare la fermezza del presidente francese, di cui è un ottimo esempio la brutale repressione poliziesca contro i gilets jaunes. Gli effetti della riforma sulle condizioni di vita sono indubbie, e la radicalità della lotta dei lavoratori della Ratp dimostra  qual è l’ostilità alla riforma e al governo che esiste nella società.  Ad ogni modo, qualunque cosa succeda, i francesi non si dimenticheranno presto di Macron XVI, il re banchiere.

 

Francesco Salmeri

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