Madame Bovary ed Anna Karénina: due morti del Romanticismo

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Tanto Anna Karénina quanto Emma Bovary sono ben radicate nel nostro immaginario letterario. Sono figlie di quel secondo Ottocento nella cui letteratura la donna rappresentava il rimosso, tutto quanto veniva sacrificato all’ordine ed all’efficienza: “felicità, passione, ebbrezza, che le [ad Emma] erano sembrate così belle nei libri.” (G.Flaubert, Madame Bovary, trad. di G. Pesca Collina, Giunti, Firenze 2004, p. 58).

L’eroina flaubertiana, per l’appunto, è colei che ha dato nome al bovarismo, la ricerca d’evasione nell’identificazione con personaggi immaginari. Una volta cresciuta, cercherà di ricreare nella propria vita le vicende dei romanzi preferiti, a dispetto del suo ambiente abitudinario e claustrofobico. Di queste velleità non le resteranno che gravi delusioni e debiti insolvibili. Nel finale, Emma si suicida, avvelenandosi.

Madame Bovary (1856) è un “libro su niente” (B. Nacci, Introduzione a G. Flaubert, op. cit., pag. 15), che rispecchia il fascino esercitato su G. Flaubert dalla letteratura come sistema chiuso in se stesso. Madame Bovary muore, dunque, d’alienazione, perché si è smarrita nei meandri di questo mondo parallelo. La sconfitta dell’eroina avviene a conclusione di un romanzo corrosivo, intriso -si può dire- di quell’arsenico che l’ha avvelenata. G. Flaubert oltraggia sottilmente tutto ciò che i suoi contemporanei rispettano: il matrimonio, la religione, la scienza, la legge (che prescriveva all’adultera dai tre mesi ai due anni di carcere). La letteratura stessa non sfugge, come abbiamo visto, a questo veleno.

Meno ironico, ma altrettanto critico è Lev Tolstòj nel suo Anna Karénina (1877). L’eroina che dà il titolo al romanzo è una donna sincera ed appassionata, che si rende conto della mancanza d’amore ed autenticità nel proprio matrimonio. Decide, perciò, di abbandonare il marito per il giovane amante, anche se ciò le costa la rinuncia all’amato figlioletto. Infine, emarginata dalla “buona società” e sempre più trascurata dall’amante, Anna si suicida.

L’eroina tolstojana si distingue da Madame Bovary per l’assenza di fantasticherie e la piena coscienza del dramma che sta vivendo. Emma Bovary, progettando la propria fuga d’amore, la avvolge in un’atmosfera da romanzo: “Sull’immensità di quell’avvenire che lei si immaginava, non distingueva nulla di particolare; i giorni, tutti magnifici, si somigliavano come le onde; e ogni cosa fluttuava verso l’orizzonte infinito, armonioso, azzurro e assolato.” (G. Flaubert, op.cit., pag. 246). Ben altro è lo stato d’animo di Anna dopo aver svelato l’adulterio al marito: “La situazione che la sera prima le era parsa chiarita, ora le si presentò disperata. Fu atterrita al pensiero del disonore, che prima non l’aveva neppure sfiorata. Nel pensare a quello che avrebbe potuto fare il marito, fu assalita dalle supposizioni più terribili…” (L.Tolstòj, Anna Karénina, trad. di O. Felyne, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1989, pag. 362).

Tutto, per Anna, ha un significato e precise conseguenze. Sacrifica a Vronskij, l’amante, l’intera sua vita. Le sue scelte hanno un rilevante spessore morale: rifiuta la doppiezza, l’amore clandestino; ha bisogno di autenticità ed autorealizzazione. Non è, dunque, una sognatrice ingenua ed immatura come Emma Bovary. La sua resa finale non è un naufragio nei fantasmi dell’immaginario. È, piuttosto, una caduta sotto “qualcosa di enorme, di spietato.” (L. Tolstòj, op. cit., pag. 959). Questo “qualcosa” è la passione, orribile e bella come la tempesta di neve che fa da sfondo alla dichiarazione di Vronskij. (L.Tolstòj, op. cit., pag. 130) Allo stesso tempo, è un peso di carattere sociale. Anna rifiuta il tradizionale ruolo di moglie e di madre, che non aveva scelto. Vuole un rapporto “nuovo” con l’uomo, in cui trovi posto la sincerità della passione e degli affetti. Ciò le impedisce anche di accontentarsi di un banale adulterio clandestino, secondo le abitudini delle sue conoscenti.

Secondo Igor Sibaldi (introd. all’edizione citata), in Anna, soccombe anche una parte dell’autore, che si sentiva “adultero” nei confronti del proprio mondo. L. Tolstòj aveva bisogno di conflitti, di scandali; ciò lo porterà, per esempio, a protestare contro l’acclamata guerra russo-turca ed a rifiutare pubblicamente la dottrina della Chiesa. Il suicidio finale della Karénina, simbolo di questo distacco critico, sarebbe dunque dovuto all’ansia di autopunizione dell’autore, che infierisce su di lei come su una parte di se stesso.

Così muore, dunque, il Romanticismo: nei suicidi ideali di due autori. Flaubert rinuncia ai modelli letterari in voga, Tolstòj a un pezzo della propria anima. Come le foglie sono le età dell’arte: una muore, un’altra ne nasce. E, sulle ceneri di Madame Bovary ed Anna Karénina, spuntano le albe del Naturalismo e del Decadentismo.

Erica Gazzoldi

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