La storia della maestra di Torino ci insegna che siamo tutti maschilisti

Il video prima rimbalza sulle chat di Whatsapp grazie al suo ex. Poi la protagonista, una maestra di Torino, viene ricattata da una mamma e licenziata dalla preside dell’istituto. Anno Domini 2020.

 




Se fosse coinvolto un maestro, saremmo qui a darci gomitate mentre tratteniamo sorrisini maliziosi davanti ai cancelli della scuola. Se fosse un maestro, i giornali titolerebbero “Incidente piccante per il sexy prof: scompiglio nel gruppo Whatsapp delle mamme“. Se fosse un maestro,i titoli di giornale verrebbero commentati con “Bomber”, “Mitico”, “Chissà ai colloqui” e altre amenità sempre più stilnovistiche. E, se fosse un maestro, sarebbe invitato da Barbara D’Urso con un servizio che titola “Esclusivo: dopo il video in rete, parla il maestro più sexy d’Italia”. 




E invece

E invece è una maestra la protagonista del video hard che, senza il suo consenso, è stato diffuso dal ragazzo che frequentava in una chat del calcetto. E’ una maestra quella che è stata prima ricattata da una mamma e poi licenziata dalla preside dell’istituto in cui lavorava. E’ una maestra, quindi, quella che ha, ancora una volta, subito sulla sua pelle e sulla sua carriera le conseguenze più becere del maschilismo, del patriarcato e della morale pseudocattolica.




La storia della maestra di Torino

La storia, per essere compresa al meglio e farci davvero vergognare come società che partorisce questo tipo di vendetta, va spezzettata in tre capitoli. Il primo, quello del revenge porn. Lei manda qualche foto e un video a lui, la storia finisce e lui pensa bene di condividere il video sulla chat del calcetto.

Perché? Cosa si vuole dimostrare? Esibizionismo? Come a dire: “Oh, amici, guardate con chi stavo! Guardate cosa faceva, eh! Voi ce l’avete una che vi manda queste foto?”. Vendetta? “Mandatelo a tutti quelli che conoscete, la gente deve sapere cosa fa questa!”. Ah sì, e cosa fa? Quello che facciamo tutti?  Oppure è semplicemente moralismo da quattro soldi? “Indignatevi, se una fa la maestra non può fare certe cose”. Ah sì? E dove sta scritto?  Forse, più semplicemente, quest’episodio è il riflesso di quel che si pensa: la donna in questione, in quanto donna e basta, non può avere una vita privata, ma deve essere completamente assorbita dalla sua scelta professionale e vocazionale. Perché questo è.

Il revenge porn 

Peccato che il revenge porn sia un reato, anche se in un’intervista a La Stampa, uno degli amici del calcetto l’ha definita semplicemente “una goliardata da uomo“. E invece indovinate cosa non è reato? Esatto: mandare un video “hard” a chi si frequenta. Evidentemente, l’amico del calcetto la storia di Tiziana Cantone non l’ha letta. Magari il suo video l’ha visto, però, ma non sa che Tiziana si è suicidata  a 31 anni, dopo che un ex fidanzato aveva condiviso, per puro spirito cameratesco, un suo video hot con il web, rendendole la vita un inferno. 

Il revenge porn non è gratis

La “goliardata” che ha avuto come vittima la maestra di Torino è costata allo zelante diffusore, intanto, un anno di servizi di pubblica utilità e un risarcimento. Causare a una persona infatti il biasimo sociale, la gogna pubblica e un senso di vergogna ancestrale che, anche nel 2020, non riusciamo a superare, non è gratis e può far sborsare cifre a quattro zeri, facendo passare sei anni della propria misera esistenza in carcere. Mica male, per una goliardata.  

Il ricatto da parte di una mamma

Ma passiamo alla seconda parte della storia, altro capolavoro di moralismo da finti preti travestito da pseudopreoccupazione per l’anima candida dei propri bambini, affidati a una maestra corruttrice dei costumi. Uno dei partecipanti del simposio intellettuale via Whatsapp calato sulla Terra sottoforma di chat del calcetto ne parla con la moglie, che conosce la maestra. E’ infatti l’insegnante del figlio, alla scuola materna. La donna, chiaramente animata da uno spirito di carità e misericordia, spedisce il video prontamente inoltratole dal marito ad altre mamme. In modo tale che nessuno ne sia privato e che nessun cellulare del circondario resti immacolato. La paladina della buoncostume poi contatta la maestra per chiederle un incontro. Che si sia ravveduta? Che voglia avvisarla di quello che circola? Nossignore. Vuole ricattarla. Le dice che, se denuncerà l’accaduto, invierà il materiale alla dirigente scolastica. Che statura morale, chapeau.

I destinatari del nostro biasimo

Dopo quindi il ricatto maschile, arriva pure quello del mondo femminile. Al posto di dire al proprio compagno un “Ti sembra normale condividere questo tipo di materiale e non fare una piega mentre uno ti manda il video della sua ex?”. No, invece. Il biasimo non è sull’uomo che commette un reato, ma sulla donna che non ne commette nessuno. In quanto maestra e figura che satellita attorno all’ambito familiare, nella nostra società è infatti necessario che rimanga un’ancella pura e casta e che, soprattutto, renda conto di quel che ha fatto con l’ex fidanzato alla cupola patriarcale sopra di lei.

Capitolo 3: la preside

Ma non è finita qui. La notizia, in qualche modo, arriva alle orecchie della preside, datrice di lavoro dell’ormai nota maestra di Torino. Convinta a denunciare, la ragazza, in un mondo ideale, ben lontano dall’Italia del 2020, troverebbe solidarietà dalla sua dirigente scolastica. Consapevole del diritto dei propri dipendenti a una vita sessuale libera, la prima preoccupazione della preside dovrebbe essere quella di non educare i bambini della sua stuttura come il criminale che ha diffuso il video. E invece no: la maestra trova pure il licenziamento. Non contenta, la preside le dice che anche che spiegherà in pubblico il motivo del provvedimento, assicurandosi che la ragazza non trovi più un impiego, nemmeno su Marte. Perché si sa, il curriculum deve essere sempre corredato da un certificato di moralità. Le due donne di questa storia, poi, sono state denunciate: la mamma per estorsione, la preside per diffamazione.

La doppia morale del maschilismo

Una cosa, però, non viene riportata dai giornali. La mamma che ha minacciato la maestra, tornando a casa dal suo bambino, si sarà sentita una madre migliore? Si sarà compiaciuta della sua pietra scagliata? Si sarà beata del linciaggio di cui il marito l’ha incaricata, dopo aver goduto delle immagini e dei video passati sul suo telefonino? La preside avrà percepito di avere epurato il suo asilo da una cattiva maestra? Senza entrare nei dettagli processuali della vicenda, la domanda è sempre e solo una ed è relativa al doppio criterio che usiamo per giudicare quello che accade attorno a noi. Nel lavoro, nello studio, nella storia, a casa nostra. Persino nel dire le parolacce.

Non solo la maestra di Torino

Urge una riflessione sulla nostra educazione sessuale, che non può essere semplicemente declassata all’anatomia e alla funzione riproduttiva. In una società come la nostra, serve unire educazione affettiva ed empatia. Abbiamo bisogno di uomini e di donne che prendano le distanze da uomini e da atteggiamenti che, di fatto, condannano la vittima. Non vi è mai capitato di pensare che, per ogni gruppo Whatsapp di lavoro, di sport o di pizza del sabato, probabilmente, ce n’è spesso uno parallelo di soli maschi in cui i contenuti che girano vanno dall’erotico al revenge porn? 

La sessualità come vulnerabilità nel 2020

Come ha sostenuto Filippo Facci parlando di Tiziana Cantone, poi, più che un processo alla rete serve un processo alla natura umana. Serve capire meglio cosa lega il senso di vergogna alla sessualità e come questo venga utilizzato a mo’ di grimaldello quando qualcuno ci vuole fare sentire vulnerabili e deboli di fronte alla massa. Soprattutto se, da dietro allo schermo di un telefono, scagliare la prima pietra è facile, veloce e gratis. E, soprattutto, se l’obiettivo è colpire una donna, che sia un’impiegata sottopagata, una manager discriminata o una maestra di Torino. 

 Elisa Ghidini

 

 

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