Malattia di Minamata: la memoria può salvarci, o forse no

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Masami Ogata è un sopravvissuto alla Malattia di Minamata, una malattia debilitante causata da avvelenamento da mercurio industriale, che ha avuto origine nell’omonima città giapponese negli anni Cinquanta. Oggi, il signor Ogata aiuta a mantenere vivo il ricordo di quello che è considerato uno dei più gravi incidenti di inquinamento giapponese del ventesimo secolo. Fa questo in qualità di narratore al Museo Municipale della Malattia di Minamata.

C’è una compagnia in Giappone che ha scaricato tutte le sue scorie tossiche in mare, per anni, la Chisso Corporation. La gente si ammala, e muore, la gente ha bisogno di aiuto. C’è un’opposizione locale, ma ci serve l’attenzione globale…

Recita così il personaggio di Aileen Mioko Smith nel film Minamata (Il caso Minamata, 2020) di Andrew Levitas, che racconta, dal punto di vista del celebre fotografo di guerra William Eugene Smith, l’indegno caso da avvelenamento da mercurio che ha drasticamente toccato gli abitanti di Minamata. Le parole di Aileen sono solo un piccolo punto di partenza che aiuta a introdurre la vastità e l’imponenza di fenomeni come quello sopra citato, veri e propri disastri ambientali e umani ignorati dalla maggioranza, da chi, ciecamente ed egoisticamente, guarda ai propri interessi al di sopra finanche della sofferenza e della morte altrui.

Il caso Minamata, così come viene oggi chiamato, ha rappresentato una delle pagine più tristi e devastanti dell’intera storia del Giappone, uno dei più rilevanti casi di inquinamento ambientale che ha toccato e ferito ogni aspetto delle persone coinvolte. Un disastro dal punto di vista umano, psicologico, ecologico, economico e politico. La Malattia di Minamata, chiamata anche Sindrome di Minamata o Malattia Chisso-Minamata, è una sindrome neurologica causata da intossicazione da mercurio, avvenuta appunto nella Baia di Minamata, da cui prende il nome.

Un ruolo importante in questa storia, certamente non positivo, è riservato alla Shin-Nippon Chisso Hiryo K.K., rinominata in seguito Chisso Corporation che, nel 1932, cominciò a produrre materiali plastici utilizzando composti chimici come acetaldeide e metilmercurio, una sostanza altamente tossica. Da quella data fino al 1968 la Chisso Corporation sversò le acque reflue contaminate da metilmercurio proprio nella Baia, nel mare di Shiranui. I prodotti chimici, scaricati e depositati sul fondo del mare, furono assorbiti dal plancton, di cui si nutrono numerosi microrganismi alla base della catena alimentare. Questi, divorati poi dai pesci più grandi, arrivarono sulle tavole degli abitanti del luogo, prevalentemente pescatori e, quindi, assidui consumatori di pesce.

Da allora, i casi di avvelenamento e i conseguenti decessi si susseguirono per più di trent’anni, includendo uomini e animali, sotto l’indifferenza del Governo e le falsità della Chisso che, non solo negò la propria responsabilità ma, addirittura, affermò di non aver mai utilizzato mercurio nei propri impianti. Più di 2.000 persone sono state riconosciute come vittime. Molte di queste, tra cui proprio il signor Ogata, hanno dovuto lottare per ottenere il riconoscimento e, quindi, il risarcimento della malattia:

La Malattia di Minamata causò per la prima volta danni alla mia famiglia nel settembre 1957. Quando avevo quasi due anni, mio nonno Fukumatsu Ogata sviluppò improvvisamente una malattia inspiegabile, che peggiorò di giorno in giorno, con convulsioni, difficoltà a camminare, problemi di parola e altri sintomi […] Mia sorella Hitomi, nata una settimana prima che suo nonno sviluppasse la malattia, è nata con una disabilità, sempre senza spiegazioni, poi altri membri della famiglia Ogata hanno iniziato ad ammalarsi uno dopo l’altro.

Queste le parole di Masami Ogata, che ha raccontato la sua tragica esperienza al Museo Municipale della Malattia di Minamata, e che ci riporta alla mente casi simili legati all’intossicazione umana da sostanze inquinanti. Per esempio, in Iraq, negli anni Settanta, ben 6.500 individui subirono un avvelenamento a causa dell’assunzione di semi e di cereali trattati dalle aziende con il metilmercurio. In Cina, sono stati analizzati capelli di donne originarie della zona vicino al fiume Songhua ricchi di sostanze tossiche. E ancora, la malattia conosciuta come Sindrome di Huntel Russell, dal nome del medico che la scoprì nel 1917 in Canada, e i cui sintomi corrispondono a quelli riscontrati nei malati gravi di Minamata.

Anche a voler restare entro i confini della nostra nazione, gli esempi non mancano: in Italia, basti pensare al caso Ilva, il cui stabilimento a Taranto è stato coinvolto nel famoso processo “Ambiente svenduto”. Tutte pagine nere da poter leggere nell’intero globo, e che riaprono le ataviche problematiche legate al rapporto tra realtà industriali ed ambiente.

L’aspetto più devastante, infatti, se ci fermiamo a riflettere, è proprio quello che ha realmente toccato la vita delle persone che, da un giorno all’altro, si sono ritrovate senza figli, senza amici, senza soldi e senza speranze. Molte hanno perso la loro vita soffrendo o hanno dovuto vivere con dolori fisici, paure, ansie, preoccupazioni: la loro sofferenza è l’unica straziante verità che possa ricordare a ognuno di noi le conseguenze, la pericolosità, l’insidiosa catastrofe nascosta dietro scelte sbagliate, e l’importanza di lottare, invece, per la salute dell’ambiente in cui viviamo che, ci insegna questa tragica storia, è direttamente proporzionale alla nostra.

Il bagno di Tomoko – Eugene Smith

Ecco, allora, il grande valore storico e memoriale del Museo Municipale della Malattia di Minamata, dove sono collezionati e conservati numerosi materiali riguardanti la malattia, per rendere noto a tutti cos’è accaduto sia a livello di distruzione dell’ambiente che di distruzione della vita umana. Il Museo fu aperto nel gennaio 1993 e, dall’ottobre del 1994, alcune vittime si offrirono spontaneamente di parlare e spiegare la loro esperienza di vita, nella speranza che il racconto della verità potesse avere un impatto profondo sui visitatori. Hamamoto Tsuginori fu il primo narratore a parlare direttamente al pubblico della sua storia:

Racconto questa storia così che un inquinamento ambientale come quello di Minamata non debba più succedere. Mentre noi conduciamo una vita ricca, automaticamente inquiniamo la natura e, di conseguenza, danneggiamo la nostra salute. Se noi vogliamo continuare a vivere la nostra vita tranquillamente, dobbiamo in primis rispettare la natura ed essere grati a essa. Spero che voi ascoltatori possiate comprendere profondamente la negatività dell’inquinamento e capire quelle cose che noi umani potremmo evitare, così da poter creare un ventunesimo secolo in cui la gente possa vivere serena.

Queste le parole pronunciate da un sopravvissuto a uno dei più atroci disastri ambientali e umani mai esistiti, mentre viviamo un ventunesimo secolo devastato da una pandemia globale. Un’epidemia prodotta, ancora una volta, dalla negligenza e dal poco rispetto verso gli animali che popolano un ambiente costantemente distrutto dall’uomo. Parole che, ascoltate oggi, producono un suono abbastanza inquietante. Un secolo non ancora terminato ma già saturo di catastrofi ambientali, di disastri climatici, inondazioni, terremoti, disastri petroliferi, e mille altri avvenimenti, inesauribili urla di un pianeta esausto, violentato e ridotto a pezzi. Come diceva il filosofo e poeta George Santayana:

coloro che non ricordano il passato, sono condannati a ripeterlo.

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