Mamme o lavoratrici? Un’ardua scelta

Che bello diventare mamme! Già, la maternità. Una parola che racchiude tanti significati e tante emozioni. Secondo alcuni, non c’è niente di più bello per una donna che diventare madre. Cosa potrebbe essere più bello del portare dentro di sé un bambino per nove mesi, sentirlo crescere e poi darlo alla luce per poterlo stringere tra le braccia? Tutto stupendo, ma se la donna in questione ha anche un lavoro? Come ci si rimette in carreggiata, dopo aver partorito, quando, oltre a dover pensare a sé stessa, al marito (o compagno), alla casa e a tutto il resto, bisogna anche pensare ad un minuscolo esserino? Come fa una donna a districarsi tra mille impegni, senza un aiuto esterno, se oltre alla famiglia, deve dedicarsi anche al lavoro e alla carriera?

Una domanda senza risposta

Ecco, è proprio questo il dilemma. Essere madre o lavorare? Come scegliere, o meglio, si può scegliere? A quanto pare, non si può essere madri e continuare a lavorare, come si faceva prima del parto. A sostenerlo è uno studio condotto dall’Ispettorato nazionale del lavoro nel 2016. I risultati che ne sono venuti fuori non sono per niente buoni, anzi fanno riflettere. In Italia sono stati ben 37.738 i genitori con figli fino a 3 anni d’età che si sono dimessi nel 2016. Di questi, 29.879 sono donne: solo 5.261 lo hanno fatto per passare ad altre aziende; le altre 24.618 lo hanno fatto perché non riuscivano a mandare avanti famiglia e carriera in contemporanea

Mamme
Mamme coi loro figli.

Tutta l’Italia è colpita da questa piaga sociale

Questo preoccupante fenomeno riguarda tutta la penisola italiana, dal Nord al Sud, passando per il Centro. Al primo posto la Lombardia, con 8850 dimissioni richieste dalle donne; di cui 3.757 per passaggi ad altre aziende e 5.093 a causa di problemi familiari. Quali sono questi problemi? Il costo elevato degli asili nido, mancanza di parenti che possano aiutare nell’accudimento dei figli e la scarsa flessibilità degli orari di lavoro. In totale, al Nord le dimissioni sono state 23.117, al Centro 8.562 e al Sud 6.059. L’ultimo posto per numero di dimissioni spetta alla Calabria, ma questo è dovuto al basso livello di occupazione femminile della regione.




Essere genitori, un lusso per pochi

Essere genitori sta davvero diventando un lusso per pochi. Se non si hanno le risorse economiche ed umane necessarie, sembra davvero impossibile crescere e mantenere un figlio. L’età pensionistica va sempre più allungandosi, dunque i potenziali nonni non sono liberi di badare agli eventuali nipoti. Gli asili nido hanno rette spesso troppo costose per chi percepisce uno stipendio o un salario inferiore ai 1000 euro (ossia, la maggior parte delle donne). Proviamo a fare un paio di conti: se si paga un mutuo o un affitto, come si può pensare di pagare anche la retta di un asilo nido o una baby sitter? Senza contare i costi di pannolini, latte in polvere e prodotti igienici vari. I figli sono preziosi, è vero, ma costano anche molto caro.

Una scelta “obbligata”

Molte donne decidono perciò di abbandonare il lavoro per dedicarsi alla famiglia. Tante dicono che non avrebbe senso faticare tanto per poi arrivare a stento a coprire le spese mensili; perciò preferiscono rimanere a casa, in modo da accudire personalmente i propri pargoli e godersi la loro infanzia. Ma, una volta raggiunti i tre anni d’età e iscritti i bambini alla scuola materna, è possibile rientrare nel mondo del lavoro dopo una lunga assenza? Nel frattempo, altre donne o ragazze avranno preso il posto di quante sono diventate mamme e queste mamme si ritroveranno disoccupate, senza alcun sussidio o bonus. E poi i politici si lamentano se in Italia le nascite diminuiscono di anno in anno.




Il bisogno di politiche familiari diverse

Per uscire da questa situazione critica, servirebbero politiche sociali e familiari mirate. Di certo, non un altro “Fertility Day”, che sarebbe privo di significato senza alcun supporto alle future madri, oltre che offensivo per tutte le donne. Bisognerebbe incentivare le aziende ad essere più flessibili negli orari di lavoro, favorendo le donne in maternità con turni part-time e con l’eventuale presenza di asili nido in loco (ovvero, nell’azienda stessa, come avviene all’estero già da alcuni anni). Inoltre, i periodi di congedo per maternità dovrebbero essere rivisti, così come i vari bonus assegnati alle famiglie. Solo così si potrà arginare il fenomeno delle dimissioni a causa dell’arrivo di un figlio. Una donna ha il diritto (se lo desidera) di essere madre, ma ha anche e soprattutto il diritto di lavorare, senza alcun limite o impedimento. Perché essa, prima di essere una (possibile e potenziale) madre, è innanzitutto e soprattutto una donna, una persona meritevole di ogni rispetto e di ogni diritto.

Carmen Morello

 

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