Il manifesto di AfD solleva le critiche di un museo d’arte americano

Al centro delle polemiche l'utilizzo del dipinto "Il mercato degli schiavi" del 1866 da parte di AfD

Non è la prima volta che AfD usa immagini e slogan controversi per i suoi manifesti politici, ma ora al centro delle polemiche è l’uso di un’opera d’arte di dominio pubblico per veicolare un messaggio ben definito

Fonte: twitter.com/AfDBerlin
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“Perché l’Europa non diventi Eurabia, gli europei votino AfD”, recita il manifesto di AfD (Altertive für Deutschland) apparso per le imminenti elezioni europee.

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Jean-Léon Gérôme, Il mercato degli schiavi, 1866, Clark Art Insitute, Williamstown, USA

Sullo sfondo dello slogan del partito di estrema destra, è visibile un dettaglio del dipinto Il mercato degli schiavi di Jean-Léon Gerôme. La tela, del 1866, raffigura degli uomini durante la compravendita di una schiava; la scena si svolge in un’ambientazione medio-orientale o araba, inserendosi in quella particolare corrente artistica nota come orientalismo.

Per la propaganda di AfD quest’immagine è la perfetta metafora del pericolo della presenza straniera, soprattutto se non occidentale e non cristiana, entro i confini europei. Il pericolo secondo AfD è tale da essere uno dei punti cardine del loro programma elettorale. D’altronde l’intolleranza verso la diversità è il carattere fondante del partito euroscettico tedesco AfD, a partire dalle simpatie mostrate verso le teorie negazioniste dell’Olocausto e l’ostilità verso gli immigrati, sfruttando il legittimo timore verso le realtà più retrograde ed estremiste del mondo musulmano.

Oltre a questo, l‘immagine vuole richiamare anche l’idea più concreta del “difendere le donne dallo straniero” molto comune presso certa propaganda politica, strumentalizzando la violenza subita dalle vittime, che vengono messe in un angolo in nome della politica senza proporre poi una soluzione reale ed efficace ad un problema tanto delicato e complesso.

Lo scontro tra AfD e il Clark Art Institute

Tuttavia non è sorprendente un simile uso dell’arte nella propaganda politica: fa parte del linguaggio politico il ricorso di immagini d’impatto, anche a costo di distorcerne il significato originale. Né è una novità per AfD diffondere manifesti con un messaggio politico molto forte e divisivo, come ricordano i manifesti sui bikini contrapposti ai burqa di qualche tempo fa.

La novità sta invece nella reazione dell’ente proprietario del dipinto, il Clark Art Institute, un museo statunitense di arte europea ed americana, che ha ritenuto inaccettabile la scelta di AfD. Il direttore del museo, Olivier Meslay, ha infatti ribadito:

Siamo fortemente contrari all’uso di quest’opera d’arte come strumento di qualsiasi tipo di propaganda politica. Noi non abbiamo fornito ad AfD questo dipinto. Essendo l’opera di pubblico dominio però non ci sono diritti d’autore o permessi che diano agli esperti la possibilità di controllare le modalità d’uso della stessa […].

A seguito dell’invito da parte del Clark di smettere di usare in modo inappropriato la tela, è giunta la risposta di AfD:

[Si tratta] di un inutile tentativo di censurare AfD. […] Il pubblico tedesco ha il diritto di sapere la verità sulle possibili conseguenze dell’immigrazione clandestina di massa.




L’Orientalismo nella cultura ottocentesca

Jean-Léon Gérôme è stato un pittore e scultore francese del XIX secolo, esponente dell’arte cosiddetta accademica, che vedeva nel neoclassicismo di Jacques-Louis David il suo punto di riferimento principale. Il suo lavoro si pone agli antipodi dei contemporanei sperimentatori, in primis gli impressionisti, proponendo soggetti ampiamente esplorati dai predecessori, come episodi mitologici e storici della cultura greco-romana, seguendo i modelli neoclassici anche nella tecnica e nella composizione delle scene. Non mancano nella sua produzione dipinti d’impronta orientalista, in cui la distanza tra spettatore e oggetto dipinto è garantita dall’estraneità degli ambienti, dei personaggi e dei costumi rappresentati rispetto al pubblico di riferimento.

I dipinti orientalisti mettevano in risalto il carattere esotico dei costumi e degli ambienti ritratti tramite scene quotidiane frutto dei viaggi che gli stessi artisti intraprendevano in Medio Oriente. Tra i molti e noti artisti spiccano Delacroix, e lo stesso Gérôme, ma anche pittori meno noti come Alberto Pasini, unico italiano a distinguersi in questa corrente dominata soprattutto da francesi e inglesi, conseguenza indiretta della politica coloniale intrapresa in questi anni.

L’Orientalismo, contestualizzato nel suo periodo di fioritura e sviluppo, è non solo una propaggine del Romanticismo, ma una ferma espressione di una cultura colonialista nata durante l’età delle esplorazioni geografiche e che nel XIX secolo ha visto il suo aspetto più noto e diffuso. Le campagne di Napoleone in Egitto ed in Siria hanno dato lo slancio definitivo ad un tendenza che si stava facendo strada già da tempo, ossia l’attenzione e la curiosità dell’uomo europeo per le altre civiltà, talvolta osservando queste ultime con senso di superiorità.

Nel caso particolare de Il mercato degli schiavi, come dice la stessa descrizione dell’opera sull’archivio del Clark, si tratterebbe di un’espediente per ammirare la nudità femminile. In un’epoca in cui ritrarre la realtà era quasi un tabù e il corpo umano era principale oggetto di censura, la sola possibilità era allontanare quei corpi nudi nel tempo e nello spazio, rendendoli “innocui”.

La donna nuda della Colazione sull’erba di Manet, aspro critico dell’arte accademica rappresentata da Gérôme, suscitò tanto scandalo al Salon del 1863 perché era una donna reale e non una dea, un’odalisca od un personaggio storico, mostrando l’ipocrisia della società che accettava e si compiaceva della nudità femminile nell’arte ma al contempo la rimuoveva e la rinnegava nella vita quotidiana.

Barbara Milano.

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