Manovra fiscale 2019: l’istruzione paga il prezzo più alto

Dalla parte di chi lotta per essere riconosciuto, dell'essere umano e dei suoi diritti.
Contribuisci a preservare la libera informazione.

DONA

Bussetti dichiarava…

Lo scorso ottobre il ministro Bussetti ha dichiarato che alle scuole non servissero ulteriori fondi.
Non si ricordava però del numero sempre maggiore di denunce riguardo edifici pericolanti. E neppure degli istituti senza insegnanti o materiale.
La mazzata finale, per chiudere in bellezza il 2018 della cultura italiana, viene direttamente dalla manovra fiscale 2019.

I dettagli della manovra fiscale 2019

Questa manovra fiscale infatti prevede tagli alla scuola e alle università pari a 29 milioni di euro. Almeno sono equamente divisi: 14 per la prima, 15 per la formazione universitaria e post-laurea.

Il Ministero dell’istruzione, in virtù di questi ridimensionamenti, è tra i più colpiti a livello economico. Prima di questo solo il dicastero dell’economia, che comunque gestisce più fondi e amministrazioni. Oltre ai tagli, il decreto prevede anche una generale riduzione del PIL dedicato agli investimenti nella formazione: dal 3,6% al 3,5%. Si va così a peggiorare la posizione che l’Italia occupa nella classifica europea al riguardo.

L’ultimo affondo nella battaglia contro la cultura

La manovra è solo l’ultimo di una lunga serie di esempi. Basta pensare alla ventilata cancellazione del numero chiuso in facoltà come medicina, lasciando intendere la volontà di intervenire a gamba tesa nel sistema universitario.
All’accennata abolizione del valore legale della laurea, vista dal Ministro dell’Interno come “lasciapassare politico” verso migliori prospettive di carriera e concorsi pubblici. Secondo Salvini infatti, chi ha un titolo di studio universitario, tende sempre un po’ verso sinistra, rientrando nei cosiddetti “serbatoi elettorali e sindacali”. Non ultimi, i ripetuti insulti ai giornalisti da parte del Movimento 5 Stelle.

Da un governo del cambiamento era lecito aspettarsi altro. Ma, come dimostrato dalla Buona Scuola ,il cambiamento è sempre relativo. Sono passati oramai quasi dieci anni da quel “non è che la gente la cultura se la mangia” di Tremonti. Dieci anni in cui ogni protesta studentesca contro i tagli al sistema formativo è stata ignorata, sacrificando il futuro in nome del “presente”.

Stefano Mincione

Stampa questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.