“Maradona è megl’e Pelè” ovvero talento e sacrificio: chi la spunta?

«Dottore» domandò a Oliva «come devo allenare Maradona?»
«Tu hai mai visto allenarsi un gatto?» gli ribattè il dottore.
«No» ammise.
«Bene, Maradona è come un gatto, gli basta nutrirsi e riposare per essere il migliore».

Jorge Valdano

A che serve essere il re quando sei fatto letteralmente d’oro?

Forse se lo sarà chiesto El pibe, al secolo Diego Armando Maradona, quando nel 2000 la Fifa indisse un sondaggio su chi, tra lui e O’rey Pelè, fosse il più forte calciatore della storia.

Dire Maradona o Pelè è come dire: Stati Uniti o Urss? Mamma o papà?

Per dirla alla Marzullo “ogni scelta comporta la perdita di un po’ di libertà” e anche questo annoso dilemma non fa eccezione. Schierarsi per uno dei due idoli è l’ovvia conseguenza dello stile, della filosofia di vita che abbiamo scelto di seguire. Della lente, colorata o meno, con cui scegliamo di vedere il mondo.

Se, sportivamente parlando, ogni chiacchiera è preda del vento, trattandosi di due dei fenomeni tecnici che resteranno indelebili a segnare un prima e un dopo le loro vicende calcistiche, è nel modo di stare in campo e (soprattutto) fuori dal campo che possiamo trovare una degna contrapposizione.

Talento e sacrificio: chi la spunta?

Immaginando un’ipotetica partita di uno sport che ancora non hanno inventato, in cui ad affrontarsi ci fossero due distinte categorie di uomini, e non di sportivi, talento e sacrificio potrebbero fungere da parametri discriminanti su cui costruire le due formazioni.

Nel 1969 ho dato un taglio a donne e alcool. Sono stati i venti minuti peggiori della mia vita.

George Best

In quella dei talentuosi, dei baciati dalla fortuna, non potrebbe certo mancare il ragazzo di Belfast, classe ’46, che portava il destino nel cognome. Essere il migliore o essere George Best doveva apparire la stessa cosa per l’ala funambolica, 11 anni di Manchester United, che umiliava difese e portieri e condiva le esultanze con il contenuto (alcolico) del suo stomaco. Una vita tutta a trecento all’ora, l’eccesso come un totem, un dio pagano da idolatrare per assicurarsene i favori.

Voci di corridoio raccontano che il giorno del suo matrimonio un giovane Javier Zanetti, lontano dagli sguardi degli invitati alla cerimonia, si cambiasse in un angolino appartato e si allontanasse di corsa per non saltare la sua ora di allenamento. Chi se non l’attuale vicepresidente dell’Inter potrebbe essere l’ideale capitano del team dei lavoratori indefessi? A fargli compagnia, rivali da sempre sul rettangolo erboso, un certo Pavel Nedved che si stufava delle ‘inutili’ vacanze estive e tornava una settimana prima degli altri al centro sportivo per farsi trovare sempre tirato a lucido.

Certo, dirà qualcuno. Gli sport di squadra permettono una certa flessibilità alla vita da atleta rispetto a quelli individuali. Sicuramente vero, anche se nelle foto circolate nel 2009, in cui il fenomeno del nuoto Micheal Phelps, lo squalo, è ritratto mentre fuma da un grosso bong, quella che aspira difficilmente sarà stata valeriana.

Borg-McEnroe non è una rivalità. È La rivalità. E non solo nel tennis, non solo nello sport, ma nell’ideale confronto, in assoluto, fra due opposti. Il bianco e il nero, Il buono e il cattivo. Pochi esseri umani sono stati così differenti nell’aspetto e nei comportamenti, come il biondo svedese di ghiaccio e l’incontrollabile americano riccioluto.

Vincenzo Martucci

E ancora, rimanendo fuori dai campi da calcio, la celebre rivalità che ha segnato la storia del tennis. Il 5 luglio 1980 a Wimbledon non andò in scena solamente la partita più celebre dello sport nato oltremanica, ma un vero e proprio scontro di culture. Da un lato il rigoroso Björn Borg, il freddo e calcolatore svedese, dall’altro l’eccentrico statunitense John McEnroe. Uno scontro tra titani in cui la vittoria dello svedese passò in secondo piano rispetto allo spettacolo di due mondi che confliggevano tra loro. E così, sul loro solco, Andre Agassi e Pete Sampras. Una mina vagante, il primo, una scheggia impazzita che lottò per tutta la carriera contro i suoi stessi mostri e l’equilibrio e la dolcezza, il secondo, come testimoniato dal suo servizio.




Tornando alla nostra fantasiosa partita tra talento e sacrificio non potrebbero mancare altri due iconici protagonisti del novecento, papa ed anti-papa di uno dei giochi più antichi al mondo.

Per qualcuno gli scacchi non solo non sono un sport, ma sono la vita stessa riproposta su un piano. Sessantaquattro caselle in cui si scontrano tutti gli ingredienti che compongono l’essere umano, i suoi vizi e le sue virtù. Nel 1984, a Mosca, nel corso della partita che avrebbe decretato il campione mondiale, si scontrarono due giocatori che ricalcano perfettamente le figure agli antipodi. Il filosovietico Anatolij Evgen’evic Karpov, il papa degli scacchi, campione per dieci anni consecutivi, orgoglio del regime. Dall’altra parte del tavolo, sorriso beffardo e noncurante, il genio irriverente, il pazzo rivoluzionario, Garri Kimovic Kasparov, di lì a breve il miglior giocatore della sua generazione e, forse, di sempre. Convinto antisovietico, ribaltò completamente le dinamiche del gioco, sin lì ancorato alla fissità dell’ortodossia russa, con lo schema machiavellico del “sacrificio delle pedine”, non importa quali. La loro rivalità assunse i contorni dello scontro eterno di forze ancestrali, diventando leggenda.

Storie di miti, nel bene e nel male, con i loro spigoli e i loro punti di forza. Una storia lunga come il mondo e destinata a finire con esso. Decidere chi la sputa tra talento e sacrificio è impossibile, se non sbagliato. Una medaglia avrà sempre due facce e, forse, sta proprio nel sapersi gustare quel che hanno da offrire le due opposte visioni che dà sapore all’esistenza.

Tra talento e sacrificio noi optiamo per lo spettacolo, quello messo in scena dalla diversità, con l’unica raccomandazione di diffidare dalle imitazioni di quelli che, nascondendosi dietro i “se solo avessi voluto…”, senza passione e bussola se non quella del proprio ego, hanno buttato alla malora il proprio dono.

Ad Antonio Cassano e Mario Balotelli pruderanno le orecchie.

 

Alessandro Leproux

 

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