“Marchette in Trincea: Work In Regress”: involuzione umoristica del mondo dello spettacolo

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Una compagnia teatrale composta da elementi differenti e palesemente discordanti tra di loro, lavorano insieme per mettere in scena un dramma ambientato nella seconda guerra mondiale. L’opera, non molto fortunata per pubblico e “passaparola”, non riscuote il successo necessario per estinguere l’ipoteca accesa per l’allestimento, e un ufficiale giudiziario arriva per pignorare tutto – ma proprio tutto, persino le parrucche!- rendendo il palco spoglio di ogni scenografia e oggetto di scena. La compagnia, ormai costretta a mollare tutto, viene soccorsa da un produttore tedesco che restituisce all’opera una scenografia, addirittura più ricca di prima, per la messa in scena.

In cambio però, in scena devono esserci anche slogan pubblicitari di prodotti della catena di supermercati Droyer, appartenenti proprio al produttore. Da qui, molti altri cambiamenti, “leggere sfumature” che però stravolgono tutto il senso dello spettacolo, trasformandolo in una pantomima di un dramma, fino alla fine dove il consulente finanziario di Droyer, parallelamente voce narrante della storia, svolge un ruolo imprevisto ma fondamentale per l’ultimo, incredibile stravolgimento dello spettacolo.

Questa la narrazione che si svolge davanti agli spettatori che hanno la possibilità di vedere lo spettacolo fino al 3 aprile, al Teatro Brancaccio di Roma. Una commedia esilarante dal primo all’ultimo momento. L’evoluzione (meglio involuzione) della storia ridicolizza ed esaspera il paradosso che si crea quando l’arte tenta di manifestarsi indenne nonostante il compromesso: quello che inizialmente era un dramma, con un tema storico e profondo -sebbene gli attori stessi non siano troppo entusiasti, come dimostrano con uno scambio di battute sarcastiche-, si trasforma alla fine in un musical dove nulla rimane come prima, se non le battute della prima stesura, questa volta cantate sulle note di “I Will Survive”. Questo perché Wilhelm Droyer (Greg), con la sua pubblicità e l’insistenza nell’inserire la giovane starlette di reality Monica (Monica Volpe) con un ruolo principale, riduce tutto lo spettacolo a uno spot televisivo, sembra quasi un’ambientazione nonsense come certi momenti assurdi e paradossali in “The Truman Show”, dove i personaggi a un determinato punto interrompono quello che dicono per iniziare un inadeguato e poco inerente stacco pubblicitario; a peggiorare la situazione, la tensione tra gli attori stessi: la grande e celeberrima Dora Romanov (Dora Romano) inizia a rubare le battute a Pasquale (Lillo) durante la mise, per pura stizza e invidia, mandando a monte ogni cosa. Insomma, un vero e proprio disastro che non ci farà smettere di ridere.

A fine spettacolo, la compagnia ci omaggia di un episodio di “Pupazzo Criminale”, una serie che ha come protagonisti pupazzi totalmente politically uncorrect e dall’animo profondamente criminale. Questo per mandare avanti una campagna di beneficenza a favore della Onlus Gli Invisibili, grazie alla vendita delle magliette subito fuori la sala.

La cosa che si evince tra una risata e l’altra è proprio la rappresentazione di uno scenario attuale del mondo dell’arte, in questo caso il contesto è teatrale ma la dinamica in cui avvengono gli episodi, scanditi da scenografia alternanti tra il dietro le quinte e il palco, in verità descrive quello che potrebbe accadere in qualsiasi ambito artistico: la svendita totale dell’identità e della dignità di un artista di fronte ai compromessi del mercato. Che sia per necessità o per disinteresse reale, quando la creatività viene intaccata dal consumo, inevitabilmente qualcosa va storto; oppure no, come dimostrano gli attori mentre leggono contenti le recensioni entusiaste della critica sui giornali, ma di certo quello che in teoria dovrebbe essere vero, viene modellato secondo esigenze che si allontanano da quelle della narrazione, dell’espressione e della vita stessa di un‘opera.

A questo riflessione si arriva dopo, magari quando la risata lascia il posto e in qualche modo ci si stupisce: ma guarda, si può ancora ridere riflettendo comunque su qualcosa, senza sfiorare il populismo o la volgarità. Com’è ancora possibile?

È possibile, quando non si smette di credere in quello che si fa, che sia satira o semplice intrattenimento e lo si fa senza troppi… compromessi. Proprio come hanno sempre fatto Lillo e Greg e come, ci auguriamo, facciamo ancora.

Gea Di Bella

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