Nel cuore della Città Vecchia di Gerusalemme, la marcia delle bandiere ha avuto luogo ancora una volta, portando con sé non solo i vessilli dello Stato israeliano, ma anche un’ondata di tensioni e violenze. Questo evento, che celebra l’annessione di Gerusalemme Est da parte di Israele nel 1967, è stato accompagnato da episodi allarmanti che hanno scosso la vita quotidiana della popolazione palestinese. La marcia delle bandiere, organizzata con il sostegno delle istituzioni cittadine, si è rivelata ben più di una semplice parata patriottica.
Già dalle prime ore del mattino, la situazione si è fatta pesante: negozi chiusi, strade deserte e famiglie chiuse in casa per paura di aggressioni. Le immagini arrivate dai vicoli della Città Vecchia mostrano gruppi di giovani israeliani, molti in abiti religiosi, intenti a molestare commercianti, sputare addosso a donne con il velo e perfino saccheggiare locali. Un clima di intimidazione che ha costretto gran parte delle attività commerciali palestinesi a chiudere con ore di anticipo.
Non si è trattato di semplici provocazioni. Tra le urla più ricorrenti, si sono sentiti slogan dal tono apertamente razzista come “morte agli arabi” e “che i loro villaggi brucino”. Un messaggio che lascia poco spazio all’ambiguità e che contribuisce ad alimentare una spirale pericolosa in una città già segnata da decenni di conflitti e divisioni.
Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, quanto accaduto rappresenta un uso strumentale della memoria storica a fini politici. Aviv Tatarsky, ricercatore dell’ONG Ir Amim, ha dichiarato che simili eventi mirano a far sentire i palestinesi come estranei nella propria città, minacciando non solo la loro sicurezza, ma anche la loro presenza economica e culturale nel territorio.
A peggiorare la situazione, la presenza quasi simbolica delle forze di polizia ha lasciato campo libero agli attacchi. In molti casi, gli agenti si sono limitati a osservare senza intervenire, lasciando che fossero piccoli gruppi di attivisti a frapporsi tra aggressori e vittime. I volontari di “Standing Together”, per esempio, hanno fatto da scudo umano indossando solo dei giubbotti viola per segnalare la loro identità, rischiando in prima persona per cercare di contenere la violenza.
Un altro momento di forte impatto si è verificato presso la Porta di Damasco, dove centinaia di partecipanti alla marcia hanno esposto uno striscione con la scritta “Gerusalemme 1967 – Gaza 2025”, interpretata come un’esplicita minaccia di futura annessione militare. Poco distante, un altro cartello recitava “Senza la Nakba, nessuna vittoria”, evocando lo sfollamento forzato di centinaia di migliaia di palestinesi nel 1948.
La marcia è stata coordinata dall’associazione “Am K’Lavi”, guidata da Baruch Kahane, figlio del rabbino estremista Meir Kahane, fondatore del partito Kach, messo fuorilegge negli anni ’80 per legami con il terrorismo. La sua impronta ideologica è apparsa evidente in molti dettagli: dalle magliette con simboli di pugni chiusi dentro la Stella di David, fino alla partecipazione di scuole religiose che hanno portato i propri studenti all’evento come fosse una gita formativa.
A sottolineare la portata politica della giornata, è arrivato anche il ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra israeliana. La sua presenza ha avuto un forte valore simbolico, soprattutto considerando che in precedenza aveva visitato il complesso della moschea di al-Aqsa – un gesto considerato provocatorio anche all’interno del contesto israeliano.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu, da parte sua, ha scelto di presiedere una riunione del governo nel quartiere palestinese di Silwan, suscitando la preoccupazione dei servizi segreti interni (Shin Bet), che avevano avvertito dei potenziali rischi legati a una mossa così incendiaria.
A livello internazionale, questa ennesima edizione della marcia delle bandiere non ha fatto altro che riaccendere il dibattito su Gerusalemme Est e sul modo in cui Israele esercita il controllo su territori che la comunità globale continua a considerare occupati. Per molti, quello che doveva essere un giorno di festa si è trasformato in una dimostrazione di forza, profondamente divisiva e pericolosa per la fragile stabilità della regione.
In un contesto così infiammabile, eventi del genere rischiano di diventare non solo episodi isolati di tensione, ma veri e propri detonatori per nuovi cicli di violenza. E mentre i riflettori del mondo si accendono e si spengono, chi vive quotidianamente a Gerusalemme continua a pagare il prezzo più alto.
Elena Caccioppoli
















