Marco Boba e la sorveglianza speciale chiesta per reato d’immaginazione

La Questura e la Procura di Torino hanno notificato la richiesta di sorveglianza speciale per l’attivista e scrittore Marco Boba. Una delle aggravanti sembra essere Io non sono come voi, il suo libro del 2015 uscito per Eris edizioni. Può un uomo essere considerato socialmente pericoloso per le sue parole in un romanzo?

Per le parole all’interno del romanzo di Marco Boba, come di qualunque altro autore, l’unico elemento pericoloso dovrebbe poter essere un carattere scialbo, poco letterario o incline a uno sperimentalismo già visto. I romanzi, in quanto opere di finzione, non sono minimamente pericolosi e intrattengono con il lettore la cosiddetta sospensione dell’incredulità. Questa ci permette dapprima di empatizzare con un assassino xenofobo e, una volta tornati nel mondo tangibile, di continuare la nostra occupazione d’ufficio. Così come ciò che è finzione resta fittizio, uno scrittore resta distinto dai propri personaggi. La questione è che troppo spesso è permesso di scambiare un prodotto artistico per una dichiarazione personale.

Da reato d’opinione a reato d’immaginazione

La sezione giustizia di Torino non è nuova alla sorveglianza speciale. Uno dei casi più eclatanti è quello di Eddi Marcucci, attivista NoTav che per qualche tempo si è unita alle YPJ, e che adesso si trova sotto sorveglianza dopo la sentenza del tribunale di Torino. Non è nuova nemmeno l’attribuzione di aggravanti in virtù delle parole pronunciate dagli attivisti. Dana Lauriola per esempio sta scontando due anni di carcere a Le Vallette di Torino per “violenza privata” e “interruzione di servizio di pubblica necessità” dopo aver urlato al megafono durante un’azione dimostrativa pacifica sull’autostrada Torino-Bardonecchia.

Non si può neppure negare l’origine della sorveglianza speciale: una norma risalente al fascismo, plasmata da Mussolini nel 1931 e modificata nel 2011. Essa basa i suoi provvedimenti, tra i quali l’obbligo di comunicare ai commissariati di polizia qualsiasi spostamento, sul comportamento generale tenuto dall’individuo coinvolto. Ma non è questo che la casa editrice Eris (per cui è uscito nel 2015 il libro di Marco Boba) contesta. Il problema è, infatti, più profondo: secondo la procura di Torino, infatti, un aggravante del comportamento socialmente pericoloso di Marco Boba consisterebbe non solo nel volume pubblicato, ma ancor di più nelle parole scelte per la quarta di copertina. Parole del protagonista del romanzo che in nessun modo dovrebbero essere confuse con quelle dell’autore.

«Io odio. Dentro di me c’è solo voglia di distruggere, le mie sono pulsioni nichiliste. Per la società, per il sistema, sono un violento, ma ti assicuro che per indole sono una persona tendenzialmente tranquilla, la mia violenza è un centesimo rispetto alla violenza quotidiana che subisco, che subisci tu o gli altri miliardi di persone su questo pianeta»

Gli editori sottolineano in proposito un dubbio di principio rispetto al trasmutarsi nell’illecito non dell’opinione, ma, come in questo caso, della pura immaginazione. L’allarmante ipotesi che un prodotto di fantasia possa costituire una prova di un reato, o addirittura un giorno, chi lo sa, un movente per un delitto.



Analisi del pericolo perfetto

Ma non è necessario inventarsi mondi lontani per credere che tutto questo possa accadere. In realtà, il nostro intero passato letterario straripa di colpe e illazioni su presunti illeciti d’opinione. Senza andare troppo indietro nel tempo, possiamo ricordare il 1988 con I Versi Satanici di Salman Rushdie. Per sue parole nel romanzo, Rushdie si è aggiudicato una fatwa (sentenza vincolante emessa da un’autorità religiosa) dall’ayatollah Khomeini: una condanna a morte.

Voi direte: è un caso isolato. Allora non sapete che nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, Foscolo “istigava al suicidio”. O ancora, Madame Bovary che spingeva le giovani e caste donne a compiere adulterio. Ve lo ricordate Pasolini con i suoi Ragazzi di Vita? Scrittore relegato in un’aula di tribunale perché il suo romanzo era “pornografico e osceno“.

E, infine, Nabokov con Lolita. Che dire del fatto che il punto di vista in cui il lettore s’immerge sia quello di un pedofilo? È forse Nabokov un pedofilo? Può il lettore considerarsi un pedofilo-in-divenire?

La gogna per i libri e per i propri scrittori è un’altra ottusa modalità di censura. Censura delle menti che scrivono e di quelle che leggono. Un libro, per quanto violento, non conduce alla crudeltà un essere umano dedito alla legge. Leggere Nabokov non mi ha reso una pedofila, Emma non mi ha reso una traditrice e Ortis non mi ha convinta al suicidio. In più, la minima competenza letteraria c’insegna che i personaggi dei romanzi sono fatti di carta, anche se parlano in prima persona.

La violenza esercitata nei confronti della mente di Marco Boba, della sua inventiva, e non delle sue azioni o dei suoi comportamenti generali è l’ennesima forma di censura. Il pretesto che rende il falso vero al fine di provare la propria realtà.

Antonia Ferri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *