Durante la serata del 4 maggio, in concomitanza con l’ingresso della presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel Palco reale, una giovane maschera della Scala di Milano ha gridato “Palestina libera” dalla prima galleria. Il suo gesto è stato immediatamente bloccato dalla Digos, in forze quella sera per ragioni di sicurezza, prima che la donna riuscisse a srotolare lo striscione che aveva con sé. Il pubblico, ignaro di quanto stava accadendo, ha appena percepito l’urlo. Non essendoci giornalisti né telecamere presenti, la notizia è emersa solo giorni dopo, rilanciata dal sindacato Cub Informazione & Spettacolo, che ha denunciato il licenziamento della lavoratrice.
Un provvedimento giudicato sproporzionato contro la maschera della Scala di Milano
Il caso ha generato un’ondata di reazioni contro e in solidarietà alla maschera della Scala di Milano. In particolare, il sindacato Slc-Cgil Milano, pur precisando che la giovane 24enne non è iscritta alla propria organizzazione e si è rivolta a un altro sindacato per la tutela legale, ha definito il provvedimento «spropositato» rispetto ai fatti contestati, chiedendone «con forza l’immediata revoca». Nella loro nota, i rappresentanti della Cgil ribadiscono il principio secondo cui ogni lavoratrice e lavoratore deve poter esprimere liberamente le proprie opinioni, nel rispetto delle norme.
Le accuse della direzione e il ruolo di coscienza
Il licenziamento è stato firmato dal sovrintendente del teatro, Fortunato Ortombina, che ha giustificato il provvedimento con il «tradimento della fiducia» da parte della lavoratrice, la quale avrebbe disobbedito a ordini di servizio chiari. La descrizione degli eventi, nella lota del licenziamento, si sarebbe caratterizzata dalla 24enni che non «ha rispettato la sua postazione di lavoro e ha creato scompiglio con le forze dell’ordine».
Tuttavia, il sindacato Cub ribatte che la giovane ha agito secondo coscienza, citando emblematicamente le parole di don Lorenzo Milani: “L’obbedienza non è più una virtù”. Secondo il Cub, il gesto della lavoratrice non è un’eccezione ma parte di una più ampia mobilitazione giovanile internazionale contro il conflitto a Gaza.
Un clima politico e culturale che preoccupa
Il sindacato Cub non si è limitato a criticare il licenziamento della maschera della Scala di Milano, ma ha esteso la propria denuncia all’intero clima politico e culturale. In particolare, ha accusato la direzione della Scala di aver voluto compiacere la premier Meloni con un atto repressivo, “offrendo la testa della ribelle”, e ha sottolineato che il teatro sembra ormai allinearsi al restringimento degli spazi democratici. Il riferimento è al recente decreto sicurezza varato dal governo, che secondo molti sindacati e osservatori rappresenta una stretta preoccupante sulle libertà di espressione e manifestazione.
La vicenda della giovane maschera della Scala di Milano licenziata tocca un nervo scoperto: quello del diritto alla libertà di espressione sul posto di lavoro. Cub ha promesso di mettere in campo tutte le azioni sindacali necessarie per tutelare la lavoratrice e difendere non solo il diritto al lavoro ma anche quello alla manifestazione pacifica delle proprie idee. La questione si inserisce in un contesto più ampio di crescente attenzione e protesta, soprattutto giovanile, contro le azioni militari a Gaza e il trattamento dei civili palestinesi, che ha sollevato mobilitazioni in tutto il mondo.
Una vicenda che interroga l’intero Paese
In un’epoca in cui le tensioni internazionali si riverberano anche negli spazi pubblici e culturali nazionali, quanto accaduto alla Scala solleva interrogativi profondi. È ancora possibile esprimere dissenso, soprattutto se legato a cause umanitarie, in contesti istituzionali? E quale deve essere il limite tra il rispetto delle regole interne a un’istituzione culturale e la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori?
La vicenda resta aperta e destinata a far discutere: per alcuni si tratta di un atto d’indisciplina da sanzionare; per altri, di un coraggioso grido di giustizia, stroncato da una cultura sempre più intollerante verso ogni forma di dissenso.
















