Massimo D’Alema, il pop up

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Stamane sono andato a fare la spesa al mercato del Trionfale. All’ingresso c’erano un po’ di banchetti e gazebo in vista delle prossime elezioni suppletive del 1° marzo.
C’erano, ognuno col proprio candidato da promuovere: PD, Potere al popolo, Italia Viva, il PC di Rizzo. Sembrava uno di quei dipinti di Bruegel popolati da tanti personaggi, ognuno dei quali affaccendato in qualche attività e in cui anche i nullafacenti hanno un loro perché.
Ho accantonato ogni (inutile) riflessione sul meccanismo di voto, le percentuali da prefisso telefonico, la coazione a ripetere, e mentre fumavo una sigaretta ho cominciato a osservare il dipinto. Era piacevole.
A un certo punto una coppia di una certa età si è avvicinata a un signore, anche lui di una certa età, che stava volantinando per il candidato Gualtieri. Riporto qui di seguito, seppur sommariamente, il dialogo:
– Salve, conoscete il nostro candidato?
– Ma che c’è di nuovo D’Alema?
– No, è Gualtieri, non D’Alema.
– Perché se c’è di mezzo D’Alema non lo voto.
– D’Alema non è candidato, ma perché ce l’ha con D’Alema?
– Perché nel 1998 ha fatto cadere Prodi!
Il dialogo è poi proseguito su quel binario, abbastanza surreale, ma la faccio breve.
Corre l’anno 2020. Dalla caduta del primo governo di Romano Prodi sono passati 22 (ventidue) anni. Ai tempi io avevo più capelli ed erano biondi, non brizzolati.
Nel frattempo sono accadute un po’ di cose: le Torri gemelle, una guerra in Afghanistan e una in Iraq, la guerra in Siria. Gli Stati Uniti hanno eletto il primo presidente afro-americano e il primo miliardario para-fascista. Putin è divenuto lo zar delle Russie. L’Italia ha vinto il suo quarto mondiale di calcio. Il senatur ha avuto un ictus che lo ha gravemente menomato. Berlusconi e Forza Italia sono scesi dal 30 al 5 per cento dei voti. L’ex PCI ha continuato a cambiare nome e perdere voti. Veltroni non fa più il leader politico ma fa brutti film. Il Regno Unito è uscito dalla UE. Ci sono i social network e i telefonini di quarta e quinta generazione. Netflix, Amazon, le serie tv. La Libia non esiste più. Grillo ha fondato un movimento il cui nome ricorda una marca di dadi da brodo e ha vinto le elezioni. Le donne hanno conquistato una certa visibilità e son prime ministre e sindache di città importanti. Sono morti Muhammad Alì, Kirk Douglas, Marco Pantani, Ciampi, Cossiga e Scalfaro e tanti altri.
Però Massimo D’Alema è vivo e ben piantato nella memoria (breve) del cosiddetto “popolo della sinistra” e intorno a lui e alla sua fantasmatica presenza, si continuano a regolare conti, esprimere timori apocalittici, alimentare rancori eterni. D’Alema, cazzo, che un giorno fece cadere Prodi, quasi un quarto di secolo fa. Guai a dimenticarlo.
Ecco, quando mi dicono che l’Italia è un Paese senza memoria comincio a chiedermi se sia davvero così. Forse bisogna definire meglio il concetto di memoria: c’è memoria e memoria e le memorie tra loro non si assomigliano. Ci sono, questo è certo, memorie guastate e infettate da virus che non so definire ma che rendono tutto artefatto, invecchiato, inservibile. Per esempio la memoria di Massimo D’Alema: riemerge implacabile come un fastidioso pop up nei momenti migliori della nostra navigazione, una specie di malware di cui non riusciamo a liberarci, una tara che il popolo della sinistra tramanderà di generazione in generazione, fino alla fine del (suo) mondo.
Per questo, capitemi, confido nel coronavirus.
Peter Freeman

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