#MedBikini: mostrarti in costume sui social non ti rende un medico meno competente

#MedBikini: indossare un bikini non demerita la qualità di un medico, né di una persona.

“Essere un medico e mostrarsi in bikini sul web è sconveniente”, apparentemente. Lo ha rivelato uno studio apparso sul Journal of Vascular Surgery dal titolo: “Prevalenza di contenuti non professionali sui social media tra i giovani chirurghi vascolari”.

I ricercatori hanno creato dei falsi profili social per “studiare” il comportamento online dei medici ai fini di indagare i fattori che ne determinerebbero l’affidabilità sul lavoro.  A quanto pare la mancanza di affidabilità ai danni del paziente include indossare costumi di Halloween e mostrarsi in bikini.

L’esperimento

Si tratta indubbiamente di un controverso esperimento che ha scatenato proteste nella comunità medica: così è nato l’hashtag #MedBikini. Molte dottoresse (e dottori) hanno cominciato a postare le proprie foto in spiaggia, sottolineando il diritto a mostrarsi senza incorrere in giudizi moralisti.

Mi spiego meglio: i ricercatori, attraverso account fake, hanno esaminato – senza il loro consenso – i profili social (Twitter, Facebook e Instagram) di 480 giovani chirurghi vascolari per determinare se i loro post potessero essere etichettati come “palesemente poco professionali” o “potenzialmente non professionali” per un futuro paziente in cerca di un medico online.

Un medico non può ritrarsi in spiaggia?

Secondo questo fuorviante e poco professionale studio, il 26% di questi profili presentava “contenuti chiaramente non professionali o potenzialmente non professionali”, come bere un Mimosa al tramonto o passeggiare in riva al mare in costume, concludendo che

“i giovani chirurghi dovrebbero essere consapevoli dell’esposizione pubblica permanente di contenuti non professionali a cui possono accedere colleghi, pazienti e datori di lavoro attuali / futuri”.

Questo risultato è diventato rapidamente virale: diversi operatori sanitari hanno sostenuto che lo studio ha preso in particolare di mira le donne, accendendo i riflettori sul sessismo misogino radicato da secoli in campo medico. La misoginia è medievale.

Le reazioni

Vera Bajarias, nefrologa nelle Filippine, è una di quei dottori che, per protesta, ha pubblicato una sua foto in #MedBikini:

“Posso indossare costumi da bagno in spiaggia nel mio tempo libero ed essere un medico competente e compassionevole al lavoro.”

In un’intervista con la CNN, Bajarias ha affermato che la rivolta sarebbe dovuta scoppiare nel momento in cui questo documento ha visto la luce del giorno. “Come dottoressa – ha aggiunto – sono incredibilmente consapevole di quanto sia misogino e sessista il mondo medico. A meno che le donne non siano considerate uguali, noi non potremo mai realizzare progressi completi non solo in medicina, ma in qualsiasi altro campo di occupazione.”

Anche Trisha Greenhalgh, professoressa di cure primarie all’Università di Oxford, ha scritto accanto al suo #medbikini selfie:

“Per il ricercatore di 28 anni che afferma che non è professionale per le dottoresse: sono abbastanza grande per essere tua nonna”.

Nudità come protesta

La nudità femminile diventa ancora una volta simbolo di protesta: come non pensare alla potente figura di Naked Athena. La nudità e, come in questo caso, l’esposizione di parti del corpo diventano motivo di orgoglio e simbolo di una forte identità.

Infatti, la crescente reazione al pezzo ha portato alle scuse di un coautore e ad una ritrattazione da parte del giornale.  “Il nostro intento era quello di consentire ai chirurghi di essere consapevoli e quindi decidere personalmente di ciò che potrebbe essere facilmente fruibile online, per pazienti e colleghi, su di noi”, ha twittato Thomas Cheng – uno studente di medicina presso la Boston University – Tuttavia, questo non è stato il risultato … Siamo spiacenti di aver fatto prendere di mira le giovani chirurghe e di essere stati giudicanti.”

Le dichiarazioni della rivista scientifica

Il Journal ha poi  rilasciato una dichiarazione, affermando di aver compreso l’intento degli autori ma di condividere le critiche “per la metodologia e il pregiudizio implicito riscontrato nell’analisi”.

Tuttavia, come ha affermato Emma Watson lanciando la campagna #heforshe,

“Non è la parola che è importante. È l’idea e l’ambizione dietro di essa.”

Smettiamo di definirci l’un l’altro in base a ciò che non siamo e iniziamo a definirci per ciò che siamo: potremmo essere tutti più liberi.

Si tratta di libertà.

Per questo mi rivolgo anche a te, caro lettore: se davvero sei un #heforshe, devi prendere parola.  Accanto a noi.

Giulia Chiapperini

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