Medicina di genere e Covid-19: cosa cambia fra uomo e donna nello sviluppo della patologia

Si definisce “medicina di genere” lo studio dell’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socio-economiche e culturali (definite dal genere) sullo stato di salute e malattia di ogni persona.

Fra uomini e donne, difatti, si osservano differenze nella frequenza, sintomatologia e gravità di diverse malattie oltre che nella risposta alle terapie. Cambiano le esigenze nutrizionali, le reazioni a sostanze chimiche e l’accesso alle cure.

Attenzione, dunque, a non cadere in errore. La medicina di genere non è la ‘medicina delle donne’. Non è la medicina che studia le malattie che colpiscono prevalentemente le donne rispetto agli uomini. Per comprendere meglio questa branca della medicina, è necessario definire i concetti di sesso e genere. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il primo individua le caratteristiche biologiche, il secondo è:

” il risultato di criteri costruiti su parametri sociali circa il comportamento, le azioni e i ruoli attribuiti ad un sesso e come elemento portante per la promozione della salute”

Bisogna quindi distinguere il sesso dal genere. In caso di malattia, non è solo il sesso a determinare la differenza di comportamento della patologia, ma anche gli agenti esterni, economici, culturali e sociali.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto le differenze di genere in ambito medico nel 1998 e già dal 2002 ha promosso l’inserimento delle considerazioni di genere nelle politiche.

In Italia, il Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di Genere è stato adottato con il decreto del 13 giugno 2019  firmato dal ministro della Salute Giulia Grillo (articolo 3 della Legge 3/2018).

Si tratta di una novità in tema medico-scientifico. Gli studi condotti in ambito clinico e farmacologico hanno sempre preso in esame soggetti maschi e adattato successivamente i risultati alle donne. Dunque in passato non si considerava che la biologia femminile, con le sue caratteristica anatomiche, funzionali e ormonali potesse influenzare lo sviluppo e la progressione delle malattie.

Ad occuparsi del monitoraggio dei dati in merito è l’Istituto superiore di Sanità e in particolare il Centro di Medicina di Genere.




Lo scopo è garantire ad ogni persona, sia uomo che donna, la migliore cura. Promuovere il concetto di personalizzazione delle cure e rendere appropriate le prestazioni erogate dal Servizio sanitario nazionale.

Date queste premesse, è inevitabile, di questi tempi, chiedersi se anche il Covid-19 abbia assunto un diverso comportamento, nel contagio e negli effetti, in base al sesso.

Ebbene dare una risposta esaustiva non è semplice in quanto non tutti i Paesi hanno pubblicato dati certi in merito al contagio.

Secondo i dati raccolti dalla Global Health 50/50, un’organizzazione internazionale che promuove l’uguaglianza di genere nell’assistenza sanitaria, in quasi tutti i Paesi che forniscono dati completi, emerge una più alta rispondenza di decessi per COVID-19 negli uomini rispetto alle donne.

Stessa informazione è riportata da UNwomen. In Italia fino al 23 aprile 2020, la percentuale di letalità per gli uomini è stata quasi il doppio di quella delle donne (rispettivamente 17,1% e 9,3%). Una situazione simile si registra in Grecia, Olanda, Danimarca, Belgio e Spagna e Paesi extraeuropei (Cina e Filippine).

Dunque un rapporto di 1:4. L’ultimo aggiornamento dell’Istituto Superiore di Sanità (28 Maggio 2020) riporta che l’età media dei pazienti deceduti e positivi a SARS-CoV-2 è 80 anni. Le donne sono 13.042 (40,9%). Le donne decedute dopo aver contratto infezione da SARS-CoV-2 hanno un’età più alta rispetto agli uomini (età media: donne 85 – uomini 79).

Purtroppo dati non sono sufficientemente esaustivi per fare considerazioni sui tasso di contagio in base al sesso. In Italia, Belgio, Olanda, Portogallo e Danimarca è stata riportata una casistica maggiore tra le donne.

In Italia un altro dato da considerare è quello dei casi di infezione tra gli operatori sanitari. Il 69% degli operatori infetti è donna. Questo potrebbe dipendere dalla più alta percentuale di donne in questa professione. Ma non si può giungere a conclusioni certe. I dati non sono abbastanza esaustivi per trarre vere conclusioni.  Sarebbe necessario raccogliere informazioni in maniera più analitica.

Ma quali sono le spiegazioni a questo fenomeno? Ad influire sui dati c’è sicuramente una maggiore tendenza degli uomini al tabagismo con conseguente aumento di rischio nel contrarre infezioni. Una maggiore propensione femminile alla cura della persona. Una risposta immunitaria più reattiva nelle donne. Una maggiore tendenza a rispettare le regole.

Dunque la pandemia ha sottolineato, ancora una volta, le differenze fra generi. Purtroppo non solo con i sintomi. Si pensi ai casi di violenze domestiche ai danni delle donne aumentati proprio in tempo di quarantena. Conoscere le reali differenze di genere in termini di incidenza e letalità è il primo passo per identificare strategie preventive e cure specifiche per uomini e donne.

Al di là dei dati, dunque, risulta interessante come la medicina di genere offra un’ottica ancora diversa dalla quale osservare il virus, fornendoci nuovi dati e spunti interessanti su cui riflettere.

Maria Luisa Ancona

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