Meg Wolitzer: “Non si tratta di essere donne con le palle, ma di dire il vero”

Intervistata al Festivaletteratura 2019, la scrittrice parla di Trump, del Metoo e del femminismo moderno

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Abbiamo incontrato Meg Wolitzer a Mantova durante la 23esima edizione di Festivaletteratura, la rassegna internazionale dedicata ai libri e ai loro autori.

Per cinque giorni, ogni angolo della città si trasforma in un’occasione per conoscere e confrontarsi. Gli spazi intimi e accoglienti di Mantova permettono ai lettori di incrociare i loro scrittori preferiti, in un’esperienza inusuale per entrambi.

Durante una  di queste giornate  parliamo con  Meg Wolitzer, scrittrice statunitense già autrice di  The Wife”, da cui è stato tratto l’omonimo film con Glenn Close.

La sua ultima opera, “Female Persuasion”, edito in Italia da Garzanti con il titolo “La verità delle Donne”, racconta la storia di una giovane studentessa, Greer, che da matricola incontra la leggenda del femminismo americano Faith Frank. Lavorando per lei, però, scopre che la sete di potere e l’arrivismo si insediano anche negli animi più idealistici, portando Greer alla consapevolezza di ciò che vuole veramente.

Un romanzo che riflette la condizione del femminismo moderno e il ruolo delle donne, sopratutto delle più giovani, in una realtà in continua evoluzione, costantemente in biblico tra l’idea di donna forte, “con le palle”, imposta dalla società e quella più intima ed emozionale.

Ed è proprio di empowerment femminile che parliamo con Meg Wolitzer, riflettendo su quali e quanto grandi siano i cambiamenti nella società, sopratutto in politica, e come si sia evoluta la concezione di femminismo.

Un mondo, il nostro, in cui molte volte l’attivismo femminile viene scambiato semplicemente come rivolta, un agire e non un riflettere. E proprio negli ultimi anni, soprattutto sul piccolo schermo, vengono riproposti adattamenti di romanzi scritti 20 o 30 anni fa, dove il ruolo delle donne viene fatto emergere con ancora più critica e analisi.

Quanto può essere difficile per le nuove generazioni femminili confrontarsi con schemi e sistemi in continuo mutamento?

Condividere un tweet o aderire un movimento che diventa subito virale ( basti pensare al Metoo) è indice di una evoluta capacità di adattamento  o in realtà la velocità toglie gran parte della consapevolezza e della riflessione che invece possiamo trovare sulla carta stampata?

 




Meg Wolitzer, benvenuta a Mantova. Quanto della tua vita trova riscontro in ciò che scrivi?

Non ho mai voluto veramente scrivere di me stessa. Sarebbe stato abbastanza noioso. In realtà scrivo più di cose che osservo, che provo: le conservo e le tiro fuori al momento giusto. 

C’è dunque una connessione tra il linguaggio del libro e il linguaggio della realtà?

Assolutamente. Certo non si tratta di imitare quanto di carpirne l’essenza. Se ascoltassi una conversazione su un autobus e la scrivessi non avrebbe lo stesso impatto che una volta rielaborata e trasferita in una cornice.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una tendenza particolare: recuperare storie scritte qualche anno fa e portarle sul piccolo e sul grande schermo, sopratutto se riguardano personaggi femminili forti, come ad esempio il tuo The Wife o Handmaid’s Tale di Margaret Atwood. 

Quello che abbiamo scritto anni fa è ancora attuale. Anzi nel caso del Racconto dell’Ancella ancora più preoccupante e spaventoso. The wife è stato scritto nel 2003 e ci sono voluti 14 anni per portarlo sul grande schermo , proprio nel pieno dell’esplosione del Metoo Movement. Le cose erano diverse. Nessuna idea è nuova, ma quello che cambia sono le conversazioni attorno a quegli stessi argomenti e il modo in cui le affrontiamo.

Hai nominato il Metoo. Pensi che gli scrittori debbano sempre essere aggiornati su ciò che li circonda o certi argomenti hanno una validità universale che li rende sempre attuali nonostante i cambiamenti?

Una mia collega ha detto “un racconto è l’opposto di un tweet”. Amo scrivere i racconti proprio perché posso prendermi il mio tempo. Con un racconto puoi sempre tornare indietro ed esaminare a mente fredda quello che hai scritto per vedere se hai trasmesso il messaggio che intendevi. I libri sono importanti ,soprattutto nei momenti difficili, perché non offrono soluzioni, ma mostrano un modo di vivere e di comportarsi. 

Se parliamo di femminismo, questo è cambiato velocemente, sopratutto grazie all’utilizzo dei social. Come si è evoluto e come si possono relazionare le nuove generazioni ad esso?

Non si può mai sapere come le persone rimangono influenzate da qualcosa. I social media sono un modo per farlo. Per me, i più giovani sono bombardati costantemente ogni giorno, e dipende tutto dal trovare qualcuno che parli a loro dicendo la verità.

In “La Verità delle Donne”, vediamo il confronto tra due generazioni diverse e due modi opposti di vivere il femminismo. Pensi che oggi ci sia più spazio per la riflessione o per l’attivismo ?

L’attivismo è una cosa sicuramente positiva ma assume sfumature di significato diverse a seconda delle persone a cui si riferisce. Quello che è successo dal 2006 con le elezioni di Trump è che le donne hanno finalmente incominciato a prendere seriamente la politica e il loro ruolo in essa. Non penso che rabbia e riflessione siano aspetti inconciliabili. Io amo scrivere e prendermi il mio tempo, ma quando un libro esce, in poco tempo viene letto e le persone ci impiegano poco ad assimilarlo. I libri sono dunque un esempio di quanto due aspetti diversi possano coincidere. La riflessione non esclude la velocità.

In questi giorni, molte scrittrici parlavano della necessità per le donne di riconnettersi al loro lato  più emozionale. Attualmente, la donna deve dimostrare di essere forte, “con le palle”,  per adattarsi a una società tendenzialmente sessista e maschilista. Per Meg Wolitzer, quale direzione dobbiamo prendere?

Io penso che le persone devono parlare ed essere vere. Con il Metoo si è imposta l’idea che quello che ti succede, e non parlo solo a livello sessuale, ma anche il modo in cui il mondo si relaziona con te, può essere condiviso. Dunque se uno parla dicendo il vero e se il vero coincide con i proprio lato più emozionale non vedo  perché non mostrarlo. Trovo molto potente il fatto di esser veri e reali. 

Ma nel libro parli anche di potere. Come si colloca nel quadro?

Il potere è qualcosa di transitorio che si modifica nel tempo. Nel mio ultimo libro riguarda più il “concedere permesso” , il passaggio di ruoli e consegne da una generazione all’altra. Volevo  rappresentare l’idea che quando si è particolarmente presi da una realtà non ci accorgiamo di quanto ci circonda e di quanto stiamo perdendo.

L’ONU negli SDGs parla di women empowerment. Quanto e cosa ci resta ancora da fare?

Se guardiamo le elezioni presidenziali le regole erano diverse per Hillary Clinton rispetto che per Trump. Dobbiamo andare oltre le concezioni sessiste sul modo di intendere il ruolo femminile. C’è molto da fare ancora. Ad esempio, mia madre è una scrittrice. Mi ricordo che in una recensione del suo primo libro venne scritto “una casalinga diventa scrittrice” suggerendo l’idea che le due cose fossero incompatibili. Ci saranno sempre alti e bassi, ma ogni cosa si può raggiungere. Nessuno può sapere cosa succederà e come il mondo si evolverà.

Nel mondo degli scrittori, ci sono differenze tra penne maschili e penne femminili in termini di trattamento?

Pensa alle copertina. I libri degli uomini hanno caratteri forti e grandi. Mentre quelli delle donne hanno immagini dolci e delicate. Si da l’idea che quelli degli uomini riguardino cose potenti e importanti. La forza dei  libri è che sono per tutti e aumentano la capacità di empatia di qualsiasi persona.

Chiara Nobis

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