Ancora una volta abbiamo assistito a un monologo di Giorgia Meloni senza contraddittorio sulla rete televisiva nazionale. Ospite da Bruno Vespa (che con il suo Porta a Porta si conferma il megafono del potente di turno), la premier ha sbandierato su Rai 1 tutta la sua indignazione in merito agli eventi che starebbero ostacolando il lavoro del governo, come la denuncia per complicità nel genocidio del popolo palestinese, mentre elogia quelli che dovrebbero essere i suoi successi politici. In questo caso il problema non sono le parole che Meloni pronuncia, ma in quale sede le pronuncia, visto che il suo staff non organizza una conferenza con la stampa dall’inizio dell’anno.
La premier non parla con la stampa dal 9 gennaio 2025, ma da Bruno Vespa ha tanto da dire
È dura passare dall’opposizione al governo, soprattutto perché governare significa rappresentare la popolazione nella sua interezza e non solo una parte. Capeggiare il governo di una Repubblica democratica prevede dei doveri e comunicare con la stampa è uno di questi, eppure la premier Giorgia Meloni non tiene una conferenza stampa dal 9 gennaio 2025. Nonostante la palese insofferenza della Presidente del Consiglio per le domande dei giornalisti (lei stessa confidò a Donald Trump – che adora parlare con la stampa americana – di non voler mai parlare con quella italiana), la sua specialità rimane partecipare al suo personale dibattito politico senza contraddittorio sulla rete nazionale.
L’ultimo episodio di questo tipo è avvenuto nella puntata di Porta a Porta, dove la Presidente del Consiglio, fresca di denuncia alla Corte Penale Internazionale per complicità in genocidio insieme al Ministro degli esteri Antonio Tajani, al Ministro della difesa Guido Crosetto e all’amministratore delegato di Leonardo S.p.A. Roberto Cingolani, ha offerto il suo punto di vista al servile direttore Bruno Vespa, in quella che Rainews definisce “una Giorgia Meloni a tutto campo“.
Procediamo con ordine: il 7 ottobre 2025, due anni dopo una data estremamente importante per la geopolitica mondiale, arriva la preannunciata denuncia alla Corte Penale Internazionale di complicità in genocidio per Meloni, Crosetto, Tajani e Cingolani, l’accusa è quella di non aver interrotto la fornitura di armi a Israele. Vengono denunciati anche il governo francese e il governo australiano.
La sera stessa la premier fa due ospitate da Bruno Vespa, la prima a Cinque minuti in cui elogia il lavoro del governo mentre “altri sventolavano bandiere” e la seconda a Porta a Porta, dove intraprende un monologo in cui trova il tempo di lagnarsi, sorprendersi della denuncia, attaccare i suoi predecessori e la magistratura, chi è sceso in piazza a manifestare contro il genocidio palestinese e anche Francesca Albanese, assumersi i meriti del PNRR e tranquillizzare il pubblico sulla “telenovela dei dazi che non tocca assolutamente l’Italia“. Eppure, di una conferenza stampa, soprattutto dopo tutti i decreti legge promulgati scavalcando il Parlamento, nemmeno l’ombra.
È interessante anche notare la totale mancanza di vergogna di Meloni quando parla di sinistra che aizza le piazze contro di lei e di paura per il clima di barbarie, mentre con il suo immobilismo politico ha contribuito al massacro di centinaia di migliaia di palestinesi. A conti fatti, quello che fuoriesce dall’intervista è la solita incapacità di assumersi le proprie responsabilità e soprattutto di affrontare un dibattito politico con contraddittorio e non da Bruno Vespa, che non riesce a fare una domanda che possa chiamarsi tale nel contesto di uno spazio di approfondimento politico, quale dovrebbe essere Porta a Porta.
Uno stile comunicativo diretto e aggressivo, ma che non sarebbe efficace con un contraddittorio
Alla Presidente del Consiglio si deve riconoscere il fatto di avere uno stile comunicativo estremamente efficace, senza tecnicismi e semplice, in grado di far arrivare il proprio messaggio a chi ascolta senza interlocuzione. Il successo politico di Meloni è dipeso soprattutto dalla sua strategia comunicativa: “Io sono Giorgia” non è solo l’inizio di un comizio, è l’ufficiale ingresso della futura premier nel mainstream, con i remix edm e lo slogan “Sono una madre, sono cristiana, sono italiana” che racchiude i valori che l’hanno accompagnata nella sua ascesa politica. Il punto è che poi le elezioni Giorgia Meloni le ha vinte davvero, diventando il primo presidente donna della Repubblica, ma non ha mai smesso di assumere i toni dell’opposizione.
Giorgia Meloni sa che vittimismo, alzate di voce ed espressioni meravigliate non possono salvarla dalle domande incalzanti della stampa, ma questo è un suo problema e non del popolo che rappresenta. Come Presidente del Consiglio Meloni ha il dovere civile di parlare con la stampa, soprattutto in questo delicatissimo momento storico. Rifiutare qualsiasi tipo di confronto per prediligere i salotti televisivi, moderati dai soliti volti rassicuranti, è indice non solo di paura del dialogo, ma anche della debolezza di un’esponente politico che non sa usare il suo potere e non è in grado di assumersi la responsabilità delle sue azioni.
Aurora Colantonio















