Nella mente dei complottisti: la scelta di (non) credere

Il 5G ha causato il coronavirus, i vaccini causano autismo, la terra è piatta. Come funziona la mente dei complottisti?

Nel mondo democratico, in cui ogni persona può esprimere la propria opinione, queste teorie hanno potuto circolare più o meno liberamente con le conseguenze che ne derivano. Oggi tutti noi siamo a conoscenza delle teorie complottistiche, alcune più note, altre meno. Ma il focus dell’articolo non sono le teorie, bensì i teorici. 

La scelta di (non) credere per trovare un senso alla realtà

Fin dalla notte dei tempi, l’uomo ha inventato e raccontato storie per spiegare cosa gli succedeva intorno. La narrativa serve a dare un senso al mondo e alla quotidianità. Nella maggior parte dei casi, questa narrativa è lineare e logica.

In una società sempre più complessa come quella moderna, però, il “nostro” mondo si interseca inevitabilmente con il mondo degli “altri”. Veniamo bombardati di informazioni e di conoscenza. Così tanta che è difficile per una persona sola potersi ritenere sapiente in tutto. Non ci resta che affidarci a chi di un certo argomento sa davvero e accettare cosa ci viene detto.

E la nostra storia, allora? Le storie servono anche a darci un significato, a fornirci un senso di padronanza. La sensazione di non avere il controllo, in particolare su qualcosa di complicato come la scienza, genera la necessità di controllo, da cui nascono le teorie “alternative”.




Secondo Rob Brotherton, psicologo studioso della mente dei complottisti, anche il provare ambivalenza e emozioni contrastanti riguardo a qualcosa, minaccia il nostro senso dell’ordine. Per questo motivo cerchiamo ordine in qualche altro modo. Convincersi di un complotto serve a dare ordine alla casualità.

Il senso di comunità

Un altro elemento da non sottovalutare è il senso di appartenenza. La sfera emotiva è un elemento fondamentale da considerare per comprendere la mentalità di chi rifiuta la scienza comprovata e nota a tutti in favore di teorie della cospirazione.

Abbiamo visto come la creazione di una storia serve a creare un senso alla nostra esistenza e a farci sentire parte del mondo. In una società in cui tutte le persone possiedono una parte di conoscenza piccolissima rispetto alla conoscenza totale mondiale, appartenere a un gruppo che “scopre” qualcosa di assolutamente innovativo, anche se insensato, ci fa sentire speciali. È la sensazione di essere gli unici a possedere una conoscenza negata agli altri.

 

Il senso di appartenenza e il desiderio di controllo creano una sorta di divisione tra noi e loro, tra quelli che sanno e quelli che non sanno.

Il problema del bias di conferma

Con il termine bias di conferma si intende la tendenza a dare credito solo a quello che conferma, appunto, le nostre convinzioni. È un fenomeno che ci permette di rimanere entro i confini sicuri delle nostre idee. Per cui, per i teorici del complottismo, il dubbio non esiste. Il dubbio diventa un dogma, intoccabile da qualunque smentita.

Conoscere per combattere

Appurato che il complottismo non è il risultato di un disturbo mentale, bisogna ritenere invero che ogni persona può cadere nella trappola di queste teorie “alternative”. È necessario conoscere come funziona la mente dei complottisti così da riuscire a instaurare un dialogo privo di pregiudizio e derisione.

Un ruolo fondamentale dovrebbe essere giocato dalla comunicazione e divulgazione scientifica. La necessità di rendere la scienza “semplice” e fruibile a tutti è più attuale che mai. È necessario evitare che a loro volta i sapienti si sentano parte di una élite che non ritiene necessario diffondere la propria conoscenza ai non-membri.

Noemi Rebecca Capelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *