Il reality show e la retorica miope del mestessismo

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Mi è impossibile pensare il reality show senza la retorica del mestessismo che abita i salotti dediti alle scorribande di gossip e portata avanti dai tronfi commensali che a turno – o meglio ad urlo – si spartiscono il ruolo scivoloso da protagonista.

Nel bel mezzo del chiasso televisivo, qualche voce che rimbomba tra le pareti onniscienti del Grande Fratello, di Temptation Island o di Uomini e donne, ripete meccanica le stesse frasi dopo un incontro amoroso con un potenziale partner: “mi ha fatto sentire me stesso/a”, “ho ritrovato me stesso/a”, “mi ha fatto amare me stesso/a” e quante ancora declinate tutte nella fantasiosa lingua del mestessismo. Ad intervali, il discorso si inverte quando gli opinionisti dei sentimenti ritrovano la verba per dispensare consigli al veleno sotto forma del sempreverde paternalismo: “cerca te stesso/a”. Dal mestessismo al testessismo è un attimo.



Un Mestesso che ignora gli altri mestessi

Il problema di queste narrazioni è, come intuibile, il panegirico ego-centrismo che fa gravitare ogni parola attorno alla propria persona eclissando gli altri che, al massimo, assurgono al ruolo utilitaristico di leva per illuminare il “me stesso”. Così si diventa il centro di un sistema, in cui il me stesso è il Sole e gli altri, che pure sono altri “mestessi”, fanno solo una comparsa come gli asteroidi e i meteoriti di cui solo una parte cade sulla stella scoppiando in brevi fuochi d’artificio. È un cielo popolato dall’entropia quello che osserva l’abitante del Mestesso. Un cielo, in qualche modo, spoglio di identità per quanti corpi celesti gli gravitano attorno.

Originalità dimenticata per arrancare una fama

Senza considerare che spesso il “mestesso” a cui si riferiscono i cuculi patinati della televisione è il modello di uomo o donna dominante. Nel primo caso si tratta del macho conquistatore di cosce; nel secondo, con più gravi conseguenze sociali, della fragile scolaretta che necessita di un appoggio masculo per camminare e sentirsi veramente realizzata. In questo modo, il mestesso che si va costruendo è un’imitazione degli stereotipi posticci che finisce per appiattire e seppellire la propria demonica differenza.

Non basta una vaga buona volontà

Ma quello di cui vorrebbero parlare, cioè trovare il nucleo primario della propria personalità, non è cosa facile. Tutto il filone della psicoanalisi espressiva e junghiana si struttura attorno al percorso individuale ma intersoggettivo che conduce interiormente attraverso lastricati di selve oscure alla nuda conoscenza del sé. Del mestesso di cui tanto si fan voce in televisione i professionisti della fama. In altri termini, non basta appellarsi a un vago senso di ricerca e buona volontà, inconsapevoli dei limiti e minacce che incombono dall’interno per boicottare lo stesso processo di individuazione.

La strada verso la scoperta del mestesso implica continui rivolgimenti all’interno, continui controlli alla vista, e continue verifiche agli occhiali e le lenti con cui si guarda il mondo e se stessi. Appuntandosi che per compiere il successivo passo occorre tenere vivo il fertile confronto con il punto di vista degli altri, esponendosi al loro sguardo per trovare il proprio.

Il peso e la grazia della fatica

Non basta guardarsi allo specchio e giocare a chi urla di più per sapere chi si è e come si è! E mentre si percorre pietra dopo pietra questo sentiero metacognitivo ci si imbatte nell’incontro/scontro con le emozioni che colorano i pensieri e che non parlano tanto di noi quanto piuttosto dei nostri condizionamenti. Come sottolinea la pedagogista Maria Grazia Contini, guadagnando consapevolezza sui propri limiti è possibile imparare anche ad “accorgersi del proprio corpo, non ritenendolo più un’appendice di cui farsi carico, da esibire, nascondere, camuffare a seconda dei casi, ma percependolo abitato, attraversato dal nostro conoscere e sentire, nonché tracce di storia personale che contribuiscono all’elaborazione della nostra memoria”. Il mestessismo che immemore snobba la fatica conduce infine ad avere in testa sentimenti al posto dei pensieri. O peggio ancora sentimenti senza nessun pensiero. Corpi senza identità.

Axel Sintoni

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