Quando l’Italia si fermò per litigare sul metodo Di Bella

Il 1997 è l’anno in cui muoiono Lady Diana e Madre Teresa di Calcutta. È anche l’anno della nascita di Google e in cui in Italia entra in vigore il trattato di Schengen. Al cinema escono Titanic, Tre uomini e una gamba e il sequel di Jurassic Park. In libreria fa capolino un romanzo che racconta la storia di un ragazzo che scopre di essere un mago e che si chiama Harry Potter. Al telegiornale e sui quotidiani, quindi, le notizie non mancano. Ma a infiammare i salotti tv in Italia c’è la discussione sul metodo Di Bella. 





Tra eventi storici, fenomeni di costume e successi di pubblico, verso la fine del 1997 conquista l’attenzione dei telespettatori una strana storia, che ha come protagonista un anziano medico. Il suo nome è Luigi Di Bella, è specializzato in fisiologia ed è pure un luminare in materia, visto che la insegna all’Università di Modena. Da qualche anno, ha iniziato a sperimentare delle cure contro il cancro attraverso un suo personalissimo cocktail di farmaci. Tra questi, la più importante è la somatostatina, già utilizzata in ambito terapeutico ma non inclusa tra i farmaci antitumore.




La somatostatina

Sulla scrivania dell’allora Ministra della Salute Rosy Bindi, arriva quindi un incartamento. A creare il caso è il prezzo della somatostatina, che costa qualcosa come 500 mila lire a scatola: il prof. Di Bella vorrebbe che il farmaco fosse gratuito e reso disponibile per i malati dal Servizio Sanitario Nazionale. Di Bella non è solo: dal 1996 a circondarlo vi è uno stuolo di seguaci, riuniti in un’associazione che si chiama AIAN, coordinata da un tour operator e dal figlio dentista di Di Bella.




Un metodo già cassato

Già nel 1996 la Commissione Oncologica Nazionale aveva dichiarato il metodo Di Bella privo di validità scientifica. Il professore, però, non accetta questa certificazione di ciarlataneria e sostiene di aver curato 10 mila pazienti, con una percentuale di successo vicina al 100%. Il tutto, sempre secondo Di Bella, senza gli effetti collaterali tipici della chemioterapia.

Il ruolo della magistratura

L’AIAN in poco tempo attira l’attenzione dei media e dei magistrati. A Pistoia, un pretore dispone l’erogazione della somatostatina come “cura compassionevole e indispensabile”. Nel dicembre del 1997 il pretore di Maglie, in provincia di Lecce, ordina all’ASL di fornire gratuitamente il farmaco per somministrare il metodo Di Bella a un paziente. Anche la politica inizia ad interessarsi alla questione: a premere sull’approvazione del metodo rivoluzionario ci sono partiti come Alleanza Nazionale, nella persona di Storace, Forza Italia, i Verdi e associazioni come il Codacons. Teatro della discussione pseudoscientifica sono i salotti televisivi, su tutti quello di Porta a Porta.

Il ruolo di Rosy Bindi

La pressione è tale che, anche la ministra Bindi, fin qui in linea con quanto già stabilito dalle varie Commissioni, avvia una negoziazione con Di Bella, il 23 gennaio 1998. Chiede al professore di consegnare le sue cartelle cliniche, più volte, anche attraverso interventi televisivi, e interpella nuovamente la Commissione Unica del Farmaco. Il governo, a metà febbraio del 1998, emana un decreto con cui avvia la sperimentazione del metodo Di Bella sotto la supervisione dell’Istituto Superiore di Sanità. L’intento è quello di porre fine alle ingerenze giudiziarie e alle speculazioni politiche. Il decreto stabilisce che i medici, sotto la loro responsabilità, avrebbero potuto prescrivere il metodo Di Bella, chiarendo ai pazienti la sperimentalità della cura e il costo del farmaco, che non sarebbe stato azzerato ma semplicemente ribassato, durante tutta la sperimentazione.

Arrivano pure il Tar e la Consulta

A questo punto, però, si inseriscono i Tar e pure la Corte Costituzionale. Il decreto Bindi, poi convertito in legge, crea infatti una discriminazione e quindi la Corte sentenzia che il farmaco debba essere somministrato gratuitamente.

La sperimentazione, intanto, procede. Di Bella minaccia qualche volta di abbandonare l’Italia in segno di protesta in favore di un più assertivo Sud America. I suoi sostenitori ogni giorno cambiano versione: dicono che le prove scientifiche sono già in mano a Di Bella. Poi sostengono che tanto, comunque vada, la politica italiana ce l’ha con loro.

L’esito della sperimentazione

La fase sperimentale si chiude formalmente nel novembre del 1998. Su 368 pazienti coinvolti, nessuno ha mostrato una risposta completa al trattamento. 3 pazienti hanno avuto una risposta parziale, 47 sono rimasti indifferenti, mentre in 199 la malattia ha evidenziato una progressione. 97 persone sono decedute, ma in molti hanno sofferto anche le conseguenze date dalla tossicità del cocktail. La sperimentazione quindi boccia il metodo Di Bella che, piano piano, torna nell’anonimato.

Il ritorno nell’anonimato

Luigi di Bella muore nel 2003, dopo aver continuato a curare privatamente i malati con il suo metodo, ma senza grandi echi nell’opinione pubblica. La sua eredità pseudoscientifica è stata raccolta dal figlio. Il suo caso è perfettamente inquadrabile nel decalogo della ciarlataneria, formulato nel 1966 dall’American Cancer Society e che vede il paradigma dell’affabulatore nell’eroe che da solo lotta contro un mondo che gli è ostile.

Un modus operandi ancora valido

A essere sintomatico del modus operandi che funziona ancora oggi, c’è la mobilitazione mediatica e popolare, con politici che si piegano a questo o a quell’altro guaritore miracoloso, con l’intenzione di intestarsene il successo. Il caso Di Bella ha segnato uno spartiacque, ma non nella medicina. È l’esempio di come la teoria più balzana e strampalata possa riuscire, nel nostro sistema, a impantanare il potere esecutivo, legislativo e giudiziario, come ha sostenuto Luca Simonetti, nel suo “La scienza in tribunale”. Con la connivenza, chiaramente, delle reti televisive e dei media, che, con una regola che vale oggi come allora, chiedono opinioni su questioni su cui andrebbero richiesti dati.

Elisa Ghidini

 

 

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