Mi chiamo Marco e voglio diventare l’uomo arancione

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DONA

Mi chiamo Marco, ho dieci anni e fino a ieri vivevo con la mia mamma nella nostra nuova casa. Adoravo questa casa perché aveva un odore diverso, un profumo di vita e amore, e la adoravo perché c’era spazio solo per noi due. Nella casa dove vivevo prima c’era anche papà, ricordo l’odore di quella casa, non era profumata, puzzava di muffa e odio, e io non volevo più sentire quella puzza, e non volevo neanche che mio padre la portasse in questa casa. Era lui che la faceva puzzare così, era sempre nervoso, non mi parlava quasi mai , se non per tirarmi uno schiaffo e ripetermi quanto fossi inutile. Lo stesso faceva con mia mamma. Io ero piccolo ma capivo quello che stava succedendo, vedevo piangere mia madre ogni giorno e mi sentivo sicuro solo quando andavo ad abbracciarla, allo stesso tempo però mi arrabbiavo, perché volevo essere io a rassicurare lei. Ogni sera, nella mia stanza, prendevo a pugni il cuscino, volevo crescere, volevo diventare grande per cacciare papà e la sua puzza da quella casa. Quando lui non c’era ero felice, la mamma inventava tanti giochi e mi aiutava a fare i compiti,  e io la guardavo mentre sorrideva, non lo faceva mai, ma quelle poche volte che il so viso si illuminava la casa tornava a profumare. Al rumore delle chiavi nella serratura tornava tutto come prima, l’ombra puzzolente entrava dalla porta e il viso di mia madre si spegneva, io abbassavo la testa e andavo in camera. Non lo guardavo mai, un po’ per paura, un po’ per odio. Sentivo i suoi passi fermarsi davanti alla porta della mia stanza e i tre giri che faceva con la chiave. Mettevo il cuscino sopra la testa per non sentire le grida e piangendo mi chiedevo il perché di tutto quel male.

Una sera, mi svegliai di soprassalto per via delle grida troppo forti e sofferenti, più del solito, poi di colpo il silenzio. Dopo qualche minuto suonarono alla porta, e la voce di mio padre divenne bassa e tranquilla, io mi avvicinai alla porta della camera per origliare e capii che era successo qualcosa alla mia mamma, allora iniziai a prendere a calci la porta e a gridare, fino a che non venne ad aprire un uomo, vestito di arancione, e io mi tranquillizzai, non era l’ombra puzzolente, erano venuti a salvarci. Poi vidi mia mamma stesa su una barella, le andai vicino piangendo, lei mi strinse la mano e mi sorrise, poi la portarono via e io rimasi con l’uomo arancione. Ero sicuro  che non saremo  mai più tornati in quella casa. Passammo diversi giorni in ospedale, io feci amicizia con molti bambini, e mia mamma conobbe donne come lei, con il suo stesso problema: aver sposato la persona sbagliata.

Decidemmo insieme di andare a vivere in una nuova casa, lontana dalla nostra, e iniziare una nuova vita con i nostri nuovi amici. Entrammo, così, nella nuova casa,  era un appartamento e sotto di noi viveva un bambino che avevo conosciuto in ospedale: Francesco. Andavo ogni giorno  a giocare con lui, tornavo a casa e vedevo mia mamma serena, che con un sorriso mi abbracciava. Avevo fatto togliere la porta dalla mia stanza e dormivo con la testa sopra al cuscino. Era tornata la luce nelle nostre vite. Ma come raccontavano le favole che mamma mi leggeva da piccolo, le cose belle non durano mai tanto. La nostra felicità durò fino a ieri: mamma mi stava aiutando a fare i compiti, come ogni giorno,  ad un certo punto il telefono inizia a squillare, era l’ombra puzzolente, che  gridava, io sentivo ogni sua parola, e vidi mia madre spegnersi di nuovo.  Eravamo preoccupati, avevamo paura. Dopo qualche ora il telefono riprese a squillare, e dopo molti tentativi mia madre rispose; ma questa volta aveva chiamato per dire che stava arrivando, e io affacciandomi al balcone lo vidi.  Ordinò a mia madre di scendere e lei, rassicurandomi, scese. Io rimasi sul balcone a controllare: mia madre si avvicinò, e lui, con il viso pallido e pieno di sudore iniziò a pronunciare parole incomprensibili, mia madre gli gridò contro, era la prima volta che la vedevo ribellarsi, ma poi mi voltai verso di lui e lo vidi impugnare una pistola che aveva nascosto nella sua felpa larga, la puntò verso di lei e sparò un colpo. Io iniziai a correre per raggiungerla, ma la mamma di Francesco mi fermò, nel frattempo un altro colpo era stato sparato, non sapevo a chi, con tutta la forza che avevo iniziai a gridare e la madre di Francesco mi lasciò andare verso il giardino. La mia splendida mamma era immobile, piena di sangue, con gli occhi fissi verso il cielo, erano vuoti, e accanto a lei l’ombra puzzolente che fissava mia mamma con occhi vuoti e cattivi. Allora iniziai a sperare che l’uomo arancione venisse a salvarla, e arrivò. Ma questa volta non la salvò, questa volta nella barella mamma era coperta da un telo bianco e la sua mano era appesa, l’uomo arancione mi strinse la mano e mi tenne con lui.

Adesso sono appena entrato in casa ma non sento niente, non sento più i profumi, non so cosa mi aspetterà domani, non so se riuscirò a vivere senza il tuo sorriso, ma so, mamma che diventerò l’uomo arancione anche io, pieno di profumi e pieno della mia vita, che è anche la tua.

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