Mindfulness, l’industria della felicità che massaggia il collo al neoliberismo

Alleviare la sofferenza e il disagio è un obiettivo nobile e che dovrebbe essere alla portata di ogni uomo. Tuttavia, a colpi di videocorsi, videoconferenze e manuali online si è andata a creare negli anni una vera e propria industria della felicità. Una fabbrica, si calcola, da quattro miliardi di dollari.

Migliaia di libri, manuali, video-lezioni e persino app parlano di mindfulness, e formano quella che Miles Neale definisce McMindfulness: “una bulimia di pratiche spirituali che danno nutrimento immediato ma nessun sostentamento a lungo termine”. Si tratta di tutte quelle pratiche orientaleggianti che da noi in Occidente nascondono soltanto un vuoto di pensiero che assume il sapore di una resa nei confronti della società della performance, in cui gli uomini e le donne devono mantenersi sempre attivi e ricettivi.



Presunta panacea

La mindfulness è una pratica che ha finito per intasare il Web, dai blog motivazionali un po’ bislacchi alle pagine instagram e facebook ricolme di aspiranti broker rasati e coi brufoli.

I fautori della “meditazione consapevole” sostengono che sia una magica panacea a tutti i mali dell’uomo moderno. Dal troppo stress accumulato ai disturbi dell’attenzione. Una tipica iniziazione alla mindfulness consiste nel mangiare un chicco d’uva molto lentamente: assaporare il succo vitale e felice del chicco d’uva che si sprigiona inondando una papilla gustativa alla volta l’intera lingua fino a bagnare delicatamente le guance e tutto il cavo orale, a detta dei maestri meditabondi, sarebbe la chiave per avere successo ed agguantare la felicità nei nostri pesanti tempi moderni.

Anestesia sociale

A giochi chiusi però, la mindfulness è soltanto una efficace tecnica di concentrazione, ormai orfana delle filosofie buddiste e taoiste da cui di fatto trae origine. Come tutto ciò che senza pagare pegno promette mirabolanti rivoluzioni psichiche, la mindfulness non solo non garantisce alcuna felicità di fondo bensì rischia di peggiorare la situazione. Semmai di felicità si trattasse, sarebbe una felicità al costo di un’anestesia sociale per mascherare come naturali, le ingiustizie e i ritmi frenetici portati al parossismo disumano dalla modernità.

L’idea di fondo della mindfulness e della psicologia positiva, infatti, è che le radici delle nostre infelicità le abbiamo tutte in testa. Lasciano quindi fuori da qualsiasi analisi le condizioni politiche, sociali ed economiche delle persone che, ribadiamolo, non sono grappoli d’uva caduti sul terreno ma frutti unici di un albero molto più vasto chiamato umanità.

Qualunque pregiudizio sociale e razziale che si arrampica verso disuguaglianze e deterioramento del benessere viene ricondotto alla dimensione del singolo, in cui, secondo la mindfulness, tutto il sé dovrebbe cominciare e tutto il sé dovrebbe terminare, come se l’uomo fosse un circuito ovale senza nessuna interazione con l’altro e ignorando, che per esistere un io, deve per forza esisterne un altro.

“Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto.” John Donne
Il Totem del sè sempre produttivo

Lo spartito neoliberista che fa danzare la società capitalistica moderna sulle note del massimo profitto si è, quasi silenziosamente, diffuso in tutti gli strati della popolazione, incatenandole al sistema attraverso i loro stessi pensieri. Con il fantomatico ritiro dalla sfera pubblica e dalla dimensione etica, la mindfulness si è di fatto trasformato in una religione del sé, dove l’oggetto divino a cui prostrarsi e mostrare devozione è l’idea – farlocca – di un io perennemente produttivo e performante, che funzioni senza mai accusare cali di concentrazione o bavagli sentimentali.

Le persone, sui luoghi di lavoro e nella vita privata, si sono dovute adattare a questo modello tipico dei chapliniani Tempi Moderni. Nel frattempo, le stesse persone hanno visto esaurirsi la battaglia ideologica tra capitalisti e comunisti, rendendo i primi i marinai dell’unica nave rimasta a galla sulla superficie del mare. La conseguenza è stata la decollettivizzazione e depoliticizzazione dello stress, del disagio sociale e psichico e delle sofferenze individuali. Ciò che spaventa, è che persino nelle università alcuni corsi delineano lo spostamento dell’attenzione dall’ambiente al soggetto come un valido metodo curativo, lasciando vergine il terreno dove quello stesso soggetto si muove.

Una pericolosa introiezione

La psicologia positiva, travestita da presunta rivoluzione, sposa la tesi secondo cui ognuno è libero di scegliere qualsiasi risposta e di germogliare attraverso una sufficiente motivazione ed interiorizzazione.   L’introspezione però non è scontata. E l’introiezione, che richiede la mindfulness, rischia di portare dentro l’apparato psichico elementi, dalla povertà al dominio sociale, che dipendono più dalle condizioni ambientali che da inefficienze del sé.  La beffa, come scrive Ronald Puser, è che questa posizione di sottomissione viene spacciata per libertà.

Voler alleviare il dolore psichico e lo stress senza indagarne le cause profonde è come cercare di curare il dolore con la morfina: una volta che l’effetto svanisce, il dolore ritorna più forte di prima.

La psicologia dinamica, indagando più o meno efficacemente le cause del disagio psichico, insegna il contrario della mindfulness cognitiva. La psicodinamica insegna il passaggio dalla volontà di dominio (che possiamo definire onnipotenza vulnerabile) ad una volontà di donare.

In questo passaggio, è vero, risulta fondamentale la “consapevolezza non giudicante” della mindfulness che lo psicanalista britannico Bion chiama anche “capacità di sviluppo negativa”. Tuttavia, questa, se non guidata entro una relazione che funga da contenitore, rischia di ritorcersi contro al soggetto dando vita a quello che in psicanalisi viene definito “cambiamento catastrofico”.  Rischia insomma di tradursi in una fuga dalla realtà che assume i contorni di una neutralizzazione della propria intelligenza.

Aggiornamento del software mentale

Lo scopo della mindfulness non è quello di elevare l’individuo a chissà quali vette divinatorie – impossibile poi realizzarlo in corsi da qualche mese.

Il suo scopo somiglia più all’aggiornamento che periodicamente si fa fare agli smartphone. Attraverso la mindfulness si rende l’individuo più performante, più veloce, vigile e resiliente, come se la terapia fosse soltanto un processo di ottimizzazione mentale. In questo modo la persona, una volta completato l’aggiornamento, può ritornare al suo posto alla catena lavorativa meglio di prima. La tecnica meditativa isolata dal resto perde la sua carica rivoluzionaria di risvegliare le coscienze e si appresta ad effettuare un massaggio sul collo del neoliberismo.

A differenza della psicanalisi dove ogni passo, ogni sforzo è compiuto su un orizzonte di pensiero lungimirante, la mindfulness si concentra solo sul qui e ora fingendo di dimenticare da dove si proviene.  In questo modo, esalta l’infantile egocentrismo che trova nel narcisismo la sua via del piacere.  L’effetto è a carico del singolo che, nel vano tentativo di trovare un’identità soltanto dentro di sé, scorda la ricerca della propria libertà personale all’interno di quella altrui.

La mindfulness non è sbagliata di per sè

Quel che dovrebbero fare i maestri di mindfulness è riconoscere che lo stress ha anche origini sociali, che tenere concentrate su se stesse le persone non le rende affatto migliori, tanto più in una società iperconnessa come la nostra. La meditazione è una delle grandi antiche arti dell’uomo, ma purtroppo da sola non cambia il mondo.

La mindfulness non è sbagliata di per sé, anzi presenta diversi effetti benefici al singolo individuo come testimoniano numerosi studi.

L’errore è parlare con il linguaggio rivoluzionario della trasformazione mentre, in realtà, si asseconda lo status quo accettando “consapevolmente” ogni elemento esterno, ogni imposizione, ogni ingiustizia sociale.  Perché se è vero che siamo noi i protagonisti della nostra vita, è altresì vero che ci muoviamo su un mondo “gettato” su di noi.

Siamo come l’edera, dotati di un destino proprio, quello di crescere su un muro. Come lei, anche noi scegliamo data una posizione di partenza se svilupparci verticalmente, obliquamente, orizzontalmente o in maniera confusa e sparpagliata. Ma, come lei, anche noi dobbiamo fare i conti con un terreno sociale che non abbiamo scelto noi e che sembra volerci mettere i bastoni fra le ruote.

La via per la felicità forse passa proprio da questo, dal saper integrare la volontà dell’edera con le crepe del muro. Dal saper mettere insieme in unico quadro la volontà dell’uomo con le crepe della società.

Axel Sintoni

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