Il ministro Bonisoli e la manovra anti-Netflix solo per i film italiani

Ecco come il decreto del ministro Bonisoli dovrebbe contrastare le piattaforme digitali.

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“Mi accingo oggi a firmare il decreto che regola le finestre in base alle quali i film dovranno essere prima distribuiti nelle sale e dopo di questo su tutte le piattaforme che si vuole”.

A parlare è il ministro dei beni culturali Alberto Bonisoli, tramite un videomessaggio inviato durante la presentazione a Roma di una ricerca Agis/Iulm. Il decreto a cui si riferisce è quello con cui il governo intende prendere una posizione netta sulla distribuzione dei prodotti del grande schermo.

La questione all’esame del Mibac riguarda il percorso temporale di sfruttamento dei film italiani dalle sale ai media televisivi. Un dibattito che vede la contrapposizione, da un lato della rete dei distributori cinematografici, dall’altra le grandi piattaforme di streaming sul mercato e in particolare Netflix.

La decisione del ministro Bonisoli riapre un dibattito che, nei mesi precedenti, ha acceso numerose polemiche, come quelle sfociate a Cannes durante la scorsa edizione del Festival del cinema, quando il delegato generale Thierry Fremaux aveva deciso di escludere le produzioni di Netflix. L’accusa, secondo Fremaux, era di trasmettere i film prima sulla piattaforma digitale e dopo in sala.

Le ripercussioni di questo tema si sono fatte sentire anche a Venezia, ma in questo caso era stato il direttore Alberto Barbera a non imporre limiti a Netflix, la quale poté presentare il film Roma di Alfonso Cuardon,  aggiudicandosi persino il Leone d’oro.

Il decreto attuativo della legge cinema 2016, già soprannominata “norma anti-Netflix”, secondo Bonisoli impedisce ulteriori sovrapposizioni nella distribuzione, certificando una prassi adottata già da diversi anni; ovvero il lasso temporale di 105 giorni che deve essere riservato alla programmazione di un film in sala, a partire dalla prima proiezione.

L’intervallo di tempo, che è lo stesso anche in Germania, è però soggetto a specifiche condizioni: 10 giorni, nel caso che l’opera venga programmata in sala per un numero di giorni pari o inferiore a tre e diversi dal venerdì, sabato, domenica e giorni festivi; 60 giorni, nel caso che l’opera sia proiettata in meno di 80 schermi e abbia ottenuto meno di 50 mila spettatori, dopo i primi 21 giorni di programmazione.




Prima i film italiani

Visto il dilagante clima da protezionismo nazional-popolare, non ci sarebbe da meravigliarsi di simili affermazioni, ma la manovra si riferisce realmente ai soli film italiani. La motivazione dipende dal fatto che essi non riuscirebbero a rimanere nelle sale per un tempo adeguatamente sufficiente a incontrare il favore del pubblico.

Dati statistici in previsione o eterna sfiducia sulla qualità delle produzioni italiane? Questo è ancora all’ordine del giorno.

Il decreto Bonisoli dovrebbe assicurare ai gestori dei cinema una programmazione libera da concorrenze sleali.

Ilpresidente dell’anima Francesco Rutelli e il presidente dell’Agis Carlo Fontana hanno salutato positivamente l’iniziativaentrambi infatti concordano sulla necessità di un accordo tra tutte le filiere del cinema italiano.

“Evitare la concorrenza sleale e rilanciare il cinema come elemento di promozione della cultura, sottolinea Fontana, è una richiesta che facciamo da tempo e finalmente si è trovata una soluzione che salutiamo con grande piacere”.

Però, mentre le istituzioni fanno quadrato sulla centralità del cinema, il mondo reale viaggia in direzione ostinata e contraria: sebbene un buon 97% degli spettatori si sia recato almeno una volta al cinema nell’ultimo anno, la frequenza complessiva risulta ancora bassa. Si stima che solo un 20% della popolazione vada al cinema due o più volte alla settimana. Non è pertanto una questione di norme attuative o mancanza di grandi blockbuster al botteghino a infierire sulla sopravvivenza delle sale; si tratta di fenomeni di costume da cambiare assieme.

Netflix ha permesso una distribuzione e una produzione globale sia di cinema che di serie TV, minando inevitabilmente il consumo e la frequenza  verso il grande schermo. Ma mentre i vari enti continuano a farsi domande, il gigante dello streaming digitale ha aperto lui stesso le porte al cinema e non il contrario, attirando un flusso sempre più variegato di pubblico che, non aspetta altro, se non le prossime novità.

Fausto Bisantis

 

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