Modelle, lodole, angeli, automobiliste… Le bambole di Liala

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Parlare di Liala  (Carate Lario, 1897 – Varese, 1995) significa far squillare un campanello nella testa. Un campanello rosa, per l’esattezza. Che lei sia la regina del genere sentimentale in narrativa è una nozione comune, finanche proverbiale (non sempre in positivo). Anche la sua vita fu da romanzo d’appendice, del resto.

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Una famosa fotografia di Liala. Fonte: 150anni.it

 

Amalia Liana Negretti Odescalchi in Cambiasi (il suo nome anagrafico) sposò un uomo ben più vecchio di lei; si separarono e lei s’innamorò di un ufficiale della Regia Aeronautica. Questi, però, morì proprio in un incidente aereo, nel 1926. Fu la scrittura a salvare psicologicamente la ragazza. Lo pseudonimo con cui è nota le sarebbe stato suggerito da D’Annunzio, perché vi fosse un’ala anche nel suo nome. (Cielo, che romanticismo!). E pure (bisbiglia malignamente la sottoscritta) perché il suo nome anagrafico avrebbe occupato l’intera copertina dei romanzi.

 

La sua produzione narrativa è sterminata, come si conviene a una romanziera di professione. Fece furore negli anni Trenta e Quaranta, ma la sua popolarità non sembra diminuire. Per esempio: è dei primi anni Duemila la collana “I grandi romanzi di Liala” pubblicata da Fabbri Editori.

 

Di cosa parlano tutte queste pagine? Essenzialmente, di donne e del loro cuore. Si tratta di ragazze giovanissime (under 25, perlopiù), come lo era lei quando si sposò. Il contesto in cui vivono è realisticamente riconoscibile: appartamenti a Milano, ville in Liguria, casette in paesini di montagna. Anche i sogni delle protagoniste hanno, dopotutto, i piedi ben piantati in terra – come li hanno i castelli e le dimore signorili. Un po’ di evasione e un po’ di identificazione: non è forse questo che piace ai lettori di romanzi?




E queste famose donne, come sono? Va bene il realismo, ma bruttezza e sciatteria sono escluse. I personaggi di Liala sono modelle, angioletti dalle trecce bionde, eleganti signorine dell’alta società… Insomma, bambole. Lo ribadisce ella stessa. A una bambola vera e propria è associata La casa delle lodole (ante 1943): la giapponese e amatissima Fior di Pesco. Così è descritta Yvelise, protagonista di Trasparenze di pizzi antichi (probabilmente 1943):

“Ella era una donna offesa e pareva una bambina imbronciata. Era una femmina ferita nel suo orgoglio e pareva una bambola buttata a caso su un divano d’automobile” (ed. Sonzogno, 2005, p. 168).

Domiziana, la timida e ingenua fidanzata montanara in Le briglie d’oro (1960), è “la bambola bionda” a ogni piè sospinto. Quando cerca di mostrare educazione, l’impressione che dà è quella che rileva la buona ma sofisticata Fede:

“Sembra una bestiolina ben addomesticata!” (Fabbri Editori, 2001, p. 90).

 

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Non è un caso che gli spasimanti di Yvelise e di Domiziana siano incantati sostanzialmente da questo connubio: bellezza e ignoranza.

“Come sono felice della vostra ignoranza, Yvelise!” esclama il conte Antonello Drago (Trasparenze di pizzi…, p. 157).

“[Fede] guardò la raggera d’oro dei capelli: il volto pulito, le labbra che il freddo dei monti aveva un poco, solo un poco screpolate. Indovinò che sotto il cappotto greve c’era una figura perfetta. […] Ma ciò che la incantò fu quell’insieme di creatura che non s’era aggiornata. […] Si spiegò così l’amore di Lion Murero per quella ragazza. E si spiegò come un uomo abituato a una vita assai mondana e facile alle avventure potesse a un certo momento incantarsi davanti a tanta e antica ingenuità.” (Le briglie…, p. 91).

 

La preferenza per le figure di donna-bambola è forse da spiegarsi con l’osservazione fatta da Liala stessa:

“…la donna scatenata, che dice parolacce e pretende l’impossibile dall’uomo, può dar fastidio” (Tutto Libri, 8 luglio 1978. Cit. in: Umberto Eco – Marina Federzoni – Isabella Pezzini – Maria Pia Pozzato, Carolina Invernizio. Matilde Serao. Liala, «Il Castoro», N. 145, gennaio 1979, Firenze, La Nuova Italia, p. 97).

Ma è anche un riflesso delle convenzioni sociali. Le “piccole donne” di Liala restano bambine fuori tempo, per via del

“mito della sposa bambina, della ragazza cioè che passa direttamente dall’infanzia alla tutela del marito senza avere la possibilità di farsi «un passato», un’esperienza cioè rilevante…” (Carolina Invernizio…, p. 102).

Coloro che hanno questa “esperienza”, – come la buona Fede de Le briglie d’oro – la vivono come un peso sulla coscienza. Anche se sono donne emancipate che vivono sole, sono istruite e guidano l’auto. Nemmeno per questo tipo di ragazza Liala sa concepire una felicità diversa da quella del matrimonio.

 

Perché i contemporanei amano giocare ancora con bambole letterarie così fuori tempo? Forse, è quella la funzione della bambola: rimanere coi vivi, mentre i suoi modelli sono morti. La bambola parla di gioco e spensieratezza; in essa, rimane quella pulsione verso il sogno che è pulsione verso la vita. E che può salvare nei periodi neri.

 

Erica Gazzoldi

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