Mondiali di calcio femminile, cosa avrebbe detto Carmelo Bene?

L'attore, regista e scrittore salentino era anche un noto calciofilo.

Amante di Paulo Roberto Falcao, estimatore di Alessandro Nesta, simpatizzante della Roma. Durante i Mondiali di USA ’94 definì i giocatori italiani “undici ragionieri in mutande”, mentre di Francia ’98 salvò soltanto Romario

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Cosa avrebbe detto l’eterno attore, regista e scrittore salentino dei Mondiali di calcio femminile? Forse non li avrebbe neppure guardati. O forse ci avrebbe trovato quel Teatro che andava cercando all’infinito

Carmelo Bene e i Mondiali di calcio femminile, sembra quasi un ossimoro, una blasfemia, eppure l’associazione non è poi così ardita. Partiamo dall’inizio. Sarebbe troppo complicato e forse impossibile riassumere cosa è stato e cosa ha significato Carmelo Bene per la cultura italiana recente. Attore, regista, autore, scrittore ha cercato per una vita intera di essere tutto tranne attore, regista, autore, scrittore, e forse, persino se stesso. Si è reso la vita invivibile, e facendolo ha regalato opere di struggente bellezza, nausee a chi ha avuto il privilegio di guardarlo (e, soprattutto, ascoltarlo) dal vivo, libri splendidi e illeggibili, e tanto altro ancora.

Tra le mille (non) esistenze, è stato anche dichiarato calciofilo e appassionato osservatore di sport (in molti ricorderanno i suoi interventi durante la trasmissione di Aldo Biscardi). Nello sport ricercava quello che definiva il non-atto, l’assenza del Genio che, smarrito se stesso, perde l’io e quindi non gioca più, ma è giocato.

(Da Discorso su due piedi, edizione Bompiani)

Perché Romario è il più grande? Perché è capace della cosa che più conta: l’immediato

Dirà, durante un leggendario Uno contro Tutti  moderato da Maurizio Costanzo, che “un assist di Maradona è certamente più interessante di qualunque attimo di qualunque teatrante” e ancora che Stefan Edbergin un rovescio smorzato trova l’oblio ed è quindi grande Teatro“. Come lui anche Cassius Clay, Marco Van Basten e Paulo Roberto Falcao, definito da Bene “un giocatore senza palla“, capace di sparire completamente dal campo e riapparire con una giocata decisiva, impensabile, oltre l’umano.

L’emozione io me la devo andare a cercare nel Brasile, oppure nel rugby neozelandese, o in Jordan, ma non posso andare a cercarmela in una sala teatrale.

Chissà dunque se, in un’estate afosa come quella di USA ’94 – in quell’occasione definì i giocatori Azzurri “undici ragionieri in mutande” – Carmelo Bene avrebbe guardato, magari semi-addormentato, un occhio sì e uno no, con disgustata curiosità, i Mondiali di calcio femminile, mai come quest’anno sotto la lente d’ingrandimento mediatica o se avrebbe inseguito l’aforisma baudeleriano citato orgogliosamente durante la serata da Costanzo secondo il quale “la donna è volgare perché non sa annoiarsi“.

Lo sport come oblio generatore di emozioni

Nonostante una misoginia di posa e un costante gioco al paradosso più crudele, Carmelo Bene ha sempre riconosciuto le grandezze tutte, anche quelle femminili, tra cui quella di Maria Callas, Eleonora Duse o della mistica Angela da Foligno, scovando, anche in loro, la grande assenza, la capacità di sgambettar se stessi, l’incontro con l’impasse dell’esserci e del mancare allo stesso tempo.

Avrebbe potuto quindi apprezzare l’arrogante strafottenza di Marta, dieci del Brasile, dei suoi dribbling, del suo mancino, delle aperture di prima o la avrebbe archiviata senza mezze parole? E le atlete Azzurre, qualificate prime nel loro girone, sarebbero state definite dal genio salentino “dieci casalinghe in boxer”?

E ancora, avrebbe interpretato il calcio femminile come patologica devianza e conseguenza del calcio moderno o vi avrebbe colto un vitalismo, uno slancio, una spontaneità che si è persa in quello maschile, schiacciato dal business, dalla tattica e dai super-atleti?

Quale futuro per il calcio femminile?

Purtroppo per noi, sono domande a cui non avremo mai risposta. Certo è che se lo sport può essere grande Teatro, superare se stesso e affrancare, almeno per un attimo, dalla mostruosità della vita quotidiana, lo è anche e fortissimamente lo sport femminile, dalla pallavolo al tennis, finendo per il calcio.

Lontano dai riflettori, almeno per ora, giocato esclusivamente da chi lo ha voluto davvero – in Italia le giocatrici, essendo ritenute dilettanti, non possono guadagnare più di 28mila euro lordi – , il calcio femminile crescerà a dismisura nel futuro prossimo, candidandosi con veemenza come reale alternativa a quello maschile. Bisognerà farselo andar Bene.

Giorgio Federico Mosco

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