Mondializzazione e Globalizzazione. Ovvero il verticale e l’orizzontale

I più pericolosi dei nostri pregiudizi regnano in noi contro noi stessi. Dissiparli è ingegno. Hugo Von Hofmannsthal

Guillaume de L’Isle e Tobias Conrad Lotter, Mappa totius mundi, 1755
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Mondializzazione e Globalizzazione. Ovvero il verticale e l’orizzontale

 La geografia dei nostri pregiudizi è semplice, lineare, tanto elementare quanto banale, e non lascia alcuno spazio all’arabesco. Non parlo di massimi sistemi, né di concetti profondi, ma proprio di geografia.

In pratica dalla battaglia di Lepanto in poi – che nel nostro immaginario ha erroneamente rappresentato la definitiva vittoria dell’occidente sull’oriente – abbiamo iniziato a definire la linea di demarcazione tra ciò che è moderno e ciò che non lo è. L’evento è ovviamente solo il pretesto per una datazione, lo spunto storico – all’epoca puramente propagandistico – per inquadrare cronologicamente l’incarnarsi di una mentalità già da tempo diffusa.

Potremmo tornare indietro a Poitiers, ma non ci converrebbe, perché in quel caso la distinzione non fu certo a favore dei popoli del nord Europa: da Carlo Martello al 1258 fu il sud mussulmano, furono la Spagna dei mori con al centro la città di Cordova e in seguito la Sicilia di Federico II i veri centri della cultura e dell’emancipazione del “vecchio” continente.

Se solo Salvini sapesse che i numeri li dà in arabo credo imploderebbe di rabbia con un botto sordo che lo restituirebbe – per grazia ricevuta – a quel nulla che ha sempre abitato il suo disgraziato intelletto; ma, ahinoi, per ora ci tocca solo sognare.

Il nostro Trump fatto in casa, il pericoloso ignorantello alla bagna càuda che stuzzica e alimenta le nostre più bieche bassezze per poi far breccia nella nostra ignoranza per infondervi anche la sua, è in fondo un “gran figlio” di questa visione sospettosamente lineare dei nostri pregiudizi.

Cominciamo col dire che egli non è affatto solo in questo continuo e radicato esercizio d’ignoranza … noi tutti dobbiamo fare uno sforzo culturale per comprendere quanto siamo immersi in un pregiudizio che da storico è divenuto genetico e che da secoli ha letteralmente segnato le rotte della nostra visione del mondo.

Siamo onesti, per una volta ammettiamo che nel viaggiare da nord a sud abbiamo da secoli la sensazione di addentrarci sempre più in un assolato “atavismo” di stampo lombrosiano, diciamoci una volta per tutte che abbiamo combattuto – e taluni ancora oggi combattono – con l’idea che non solo sia abitato da un’umanità ai margini, ma che i luoghi stessi sono intimamente percepiti come una pietrificata periferia geografica.

Già solo nei nostri pensieri chi viaggia in orizzontale abita il mondo ed è figlio della globalizzazione, mentre chi viaggia in verticale è un povero disgraziato, un sospetto, e da un bel po’ anche un potenziale terrorista che ci urta con la minaccia della mondializzazione. Per affrontare il problema è necessario essere onesti, ma onesti davvero. Il nostro pregiudizio lineare si interseca ma non si aggroviglia mai, è rigido … ci abita e lo abitiamo, siamo sue vittime e lo rinforziamo, ne siamo attori e spettatori. Ma in questo gioco di linee di pietra anche le direzioni fanno la differenza: l’umanitarismo scende, la disperazione sale.

Nel suo radicato e rassicurato alveo, l’occidentale non gradisce il periferico ma si addentra in esso con mirabile spirito di sacrificio. Esce dalla comodità per immolarsi in un degradato altrove. Nelle nostre belle case, lontano dalla periferia dell’umano, non conta quante Ilaria Alpi, quanti Vittorio Arrigoni e  Giulio Regeni ci saranno ancora, conta il fatto che si sono sacrificati non per sete di un’eguaglianza e di una dignità negate, non per un’ ingiustizia totalmente e unicamente umana, ma perché “sono andati in soccorso dell’ altro da noi”. Ci preme rivendicare sempre e comunque che il “il centro è qui”, e che se qualcosa di giusto ed eroico deve realizzarsi altrove deve sempre partire da qui! Poi ben vengano i martiri!, siamo una cultura di stampo “vittimale”, il sacrificio (degli altri) ci purifica senza nuocerci e così abbiamo l’ipocrita illusione di stare dalla parte giusta. Le vittime “occidentali”- loro malgrado – non faranno altro che aiutarci a rafforzare la pericolosa, quanto falsa, convinzione di un nostro “primato di civiltà”.

Da sud a nord è invece l’incivilimento, la salvezza, l’opportunità. Una promessa. Noi e i migranti sulle coste africane condividiamo da molto tempo questa promessa,  solo le percorriamo in direzioni opposte. Ovunque, che sia la Sicilia o il Texas, il cercar fortuna in Germania, in Inghilterra o rifugio in Canada, chi sale è l’altro che porta in sé una potenziale minaccia al primato di civiltà, mentre chi – raramente – scende è al massimo un coraggioso “filantropo” pronto a sacrificare la sua preziosissima vita in cambio di milioni di anonime altre, nel più ameno dei casi un ricco inglese che ama le coste italiane o la campagna toscana.

Non è semplice, è semplicistico, non è ovvio, ma terribilmente banale! Non solo la direzione fa la differenza ma anche il senso di marcia dunque; e così, senza rendercene conto con radicato pregiudizio, generazione dopo generazione, abbiamo consolidato questa visione sino a renderla colonizzazione, sino a  realizzarla come una precostituita e irremovibile realtà.

Chi viaggia in orizzontale invece è libero! Fa affari, costruisce l’avvenire, è connesso col resto del mondo … quello vero, quello attivo, quello che deciderà il futuro. Siamo oramai assuefatti all’idea che in orizzontale viaggiano i cervelli, la cultura, la tecnologia, l’innovazione, l’arte e la ricchezza, tant’è che i dazi di Trump preoccupano molto più delle vite dei migranti. La globalizzazione è il futuro, la mondializzazione è la minaccia al nostro pretestuoso primato di civiltà,un muro di vite senza nome che è ormai identificato come il “fastidio” da affrontare, l’unico e popolato ostacolo che non ci permette un radioso domani.

Due dispersioni d’umanità opposte, vite già classificate alle quali abbiamo dato due nomi diversi, e la definizione serve ad indicarci la direzione. Grazie a questa distinzione puerilmente manichea tra globalizzazione e mondializzazione, si è già deciso dov’è il bene e dov’è il male. In fondo non c’è voluto un grande sforzo, ci è bastato ricalcare con più forza le antiche rotte dei nostri pregiudizi. Troppo semplicistico, forse stupido, ma è così che funziona. Una mappa più è semplice e più è facile da leggere. La direzione per giungere alla meta deve essere chiara, altrimenti dovremmo pensare, conoscere, studiare, cercare di capire …  in una sola parola “comprendere”. Ma chi ce lo fa fare? C’è già chi ci ha già disegnato da tempo la mappa dei pregiudizi?

fonte foto: Guillaume de L’Isle e Tobias Conrad Lotter, Mappa totius mundi, 1755

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