Non lapidi, ma alberi: la morte e il lutto nell’era dell’ecosostenibilità

Dall'italiana Capsula Mundi alla statunitense Caitlin Doughty, sta avvenendo un cambiamento culturale e pratico nell'affrontare la morte paragonabile alla rivoluzione sessuale del '68.

L’avvento del digitale nella vita quotidiana, i diritti umani e la questione ambientale sono alcuni dei temi posti al centro del dibattito contemporaneo sulla morte e il lutto da parte di attivisti, addetti ai lavori e intellettuali.

Bottega di Adriaen van Utrecht, Vanitas, 1643-49.
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Memento mori, ricordati della tua mortalità.

In quest’epoca la morte è la grande protagonista e al tempo stesso il grande tabù delle nostre conversazioni. Si parla, si vede e si legge di omicidi, stragi, uccisioni, narrate con morbosità, ma non si discute mai della morte in sé e per sé, né si accende una seria discussione su come affrontare e superare il dolore della perdita di un persona cara. Su quest’ultimo aspetto vediamo anzi un accanimento feroce da parte dei media, per non parlare dell’atteggiamento irrispettoso nei confronti degli stessi cadaveri. Ognuno è chiuso nell’apparente incomunicabilità del suo lutto e della sua mortalità, costretto ad affrontare un tale fardello da solo. Si tratta di una vera e propria “rimozione sociale della morte“, per usare le parole di Ivan Cenzi.

Ma non vi è solo l’aspetto psicologico in ballo: l’impatto ambientale delle pratiche funebri adoperate infatti è molto più incisivo di quanto si creda. Il materiale delle bare, le emissioni dei crematori e persino i prodotti conservanti per l’imbalsamazione – una pratica ancora molto diffusa negli USA – tutti questi fattori sono indubbiamente un elemento che lede alla sostenibilità del pianeta. Ricordiamo anche la cementificazione, l’erosione di terreno per costruire sempre più cimiteri e il sovraffollamento di questi ultimi: è evidente la gravità del problema sotto il profilo ecologico.

Il sovraffolamento dei cimiteri è dovuto anche al fatto che le salme non si decompongono più come prima, creando gravi problemi per le concessioni dei loculi e la traslazione dei resti negli ossari.

Ulteriore fattore nella discussione è quello legato alla giustizia sociale e ai diritti civili: è noto il caso di Leelah Alcorn, ma non è l’unico in cui la volontà del defunto viene calpestata deliberatamente. Anche i costi che una famiglia deve sostenere per la concessione del loculo o del luogo di inumazione, unitamente al tortuoso iter burocratico sono un peso non indifferente in una situazione già molto delicata come quella di un lutto.

Infine, l’ultima problematica relativa alla morte di una persona nel XXI secolo riguarda la sua eredità digitale, a partire dagli account social: ovviamente è una situazione che né gli uomini né la legge hanno mai affrontato prima nella storia.




Una morte ecosostenibile

Tutti questi problemi, apparentemente isolati tra loro, stanno però ricevendo sempre maggiore spazio in alcune cerchie sia fuori che all’interno della Rete. Per quanto riguarda l’ecosostenibilità della morte umana, sono nate moltissime idee, come il progetto Capsula Mundi. L’obiettivo di questo progetto, ancora in corso, è produrre bare biodegradabili a forma di uovo, dove riporre il corpo o le ceneri del caro estinto e che daranno nutrimento ad un albero ad esso collegato: l’intenzione dei creatori, italiani, è contrastare la cementificazione, ma dietro Capsula Mundi vi è di più: l’accettazione della propria condizione di essere destinato alla morte e alla decomposizione. In questo senso, la morte non è più una nemica, ma una normale parte dell’esistenza, senza cui la vita stessa non potrebbe esserci. Sebbene Capsula Mundi non sia ancora disponibile al pubblico, è possibile acquistare urne biologiche da sotterrare.

Nel resto del mondo invece ci si è spinti oltre: molti infatti scelgono un funerale “naturale”, usando bare di vimini o ricorrendo ad uno dei metodi più antichi del mondo: l’inumazione del defunto nella nuda terra, avvolto da un semplice sudario di tessuto organico deperibile. In alcuni casi il corpo non viene seppellito in profondità, né viene posto un segnacolo, per facilitare la decomposizione del corpo e lasciare il minore impatto ambientale possibile. Anche alle spalle di questo comportamento non c’è solo un’esigenza ecologica, ma c’è il medesimo concetto alla base di Capsula Mundi, un approccio alla morte più sereno e che si riflette in un approccio alla vita più rilassato. Essere consapevoli di dover morire dà valore al nostro tempo e ci aiuta a capire ciò che è davvero importante per noi, perciò viviamo meglio.

Anche la cremazione sta vedendo uno sviluppo verso l’ecosostenibilità grazie all’idrolisi alcalina, un metodo di cremazione che non richiede la combustione e il conseguente rilascio di emissioni, perciò una tecnica ecologica e sostenibile di quanto non lo sia la cremazione canonica.

“Liberiamo la morte!”

Questi metodi ecologici, come già detto, sono portavoce di un vero e proprio cambiamento culturale, portato avanti dall’Order of Good Death e dal Death Positive Movement. La principale rappresentate di questo movimento è Caitilin Doughty, impresaria di pompe funebri che cerca di diffondere la cultura della “buona morte”, con l’obiettivo di migliorare parallelamente la vita delle persone. La battaglia culturale e ambientalista del Death Positive Movement si propone un cambiamento di portata paragonabile a quello che ha coinvolto la sessualità nel 1968, come spiega Ivan Cenzi, autore del blog Bizzarro Bazar. Chissà se avremo un vera liberazione della morte dal tabù in cui è relegata.

Barbara Milano.

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