Morto legato al letto a Livorno: il ritorno della contenzione

È morto legato al letto a Livorno un paziente psichiatrico. La lettera denuncia dell’ex responsabile dei servizi di salute mentale territoriali riaccende il riflettori sul problema dell’utilizzo dei mezzi di contenzione: un ritorno in pompa magna?

È morto legato al letto a Livorno un paziente ricoverato nel reparto di Psichiatria. Sarebbe stato immobilizzato per sette giorni l’anziano signore della Val di Cornia, deceduto a causa di una polmonite non legata al Covid-19. Ad accendere i riflettori sulla vicenda è l’ex primario del reparto Mario Serrano, attraverso una lettera denuncia inviata al Tirreno. Mentre il PD chiede l’ispezione del comparto, l’ASL toscana difende l’operato dell’ospedale, motivando che la contenzione del degente si è resa necessaria, e tuttavia non continuativa. Il paziente, infatti, avrebbe aggredito alcuni membri del personale sanitario.

La denuncia

Mario Serrano, primario del reparto di psichiatria toscano dal 1997 al 2017, denuncia la vicenda del paziente morto legato al letto a Livorno in una lettera inviata al quotidiano Il Tirreno. Lo Psichiatra inserisce l’avvenimento in un quadro ancor più inquietante, ponendo al vaglio la più complessa questione del ritorno, in pompa magna, dei mezzi di contenzione nella struttura ospedaliera. Ad inasprire questa pratica avrebbe contribuito, secondo Serrano, anche la situazione pandemica, infatti…

Le contenzioni sono state prescritte come procedura standard […] per tutti i pazienti, difficili da gestire, che ancora non avevano avuto l’esito negativo del tampone.

Se l’emergenza ha -di fatto- giustificato un assiduo ricorso a metodi altrimenti straordinari, Serrano lascia intendere che il ritrovato entusiasmo per i mezzi di contenzione affonda le sue radici più lontano nel padiglione n. 10.

L’ escalation

In primis sono arrivate le sbarre alle finestre. Non nere, non tristi, non verticali, come usava in ospedale psichiatrico, ma bianche, luminose, orizzontali […] Poi c’è stato il trasferimento del responsabile che aveva lavorato per l’azzeramento delle contenzioni. Dopo un po’c’è stata la reintroduzione delle fascette in reparto. Poi c’è stato il Covid.

Così Mario Serrano ripercorre il background  dello scandalo del degente morto legato al letto al Livorno. Un fatto che avrebbe dovuto scuotere gli enti territoriali, rimasti invece impassibili al suo cospetto. Prima dell’emergenza sanitaria, all’origine di quest’indifferenza risiede, per lo Psichiatra, un cambiamento di ordine culturale. Si tratterebbe, più in particolare, di un decadimento morale che torna a sottomettere la dignità del malato ad altri interessi istituzionali.

Una storia già vista

In Italia una prima denuncia all’abuso dei mezzi di contenzione avvenne agli inizi del XX secolo, a seguito di un’ispezione avviata al manicomio di Venezia. All’ ampia eco del rimprovero seguì una fievole apertura dell’ordine medico ad alcuni approcci clinici innovativi, emersi nel panorama europeo. Così, anche il regolamento del 1909 mise un freno al contenimento dei degenti.

Nei manicomi devono essere aboliti o ridotti ai casi assolutamente eccezionali i mezzi di coercizione degli infermi.

(Regio decreto, 16 agosto 1909 n. 615, art. 60)

Sebbene gli psichiatri italiani non abolirono mai, definitivamente, la camicia di forza, molti si avvicinarono al metodo psicoanalitico di Freud (1856-1939). Tuttavia, quest’ultimo sarà adombrato dalle più spettacolari terapie di shock, apparse attorno agli anni ’20 del Novecento. Valeria Babini ha notato in che modo, a quel tempo, i linguaggi medico e militare si fossero uniformati. Questa lingua franca rappresentò il terreno per l’introduzione di nuove cure invalidanti. Non è un caso, sottolinea la Storica, che tutte le terapie somatiche vennero messe in atto da paesi a regime fascista.

Il parallelo con la vicenda dell’anziano morto legato al letto a Livorno non risulta azzardato, se teniamo in considerazione la retorica ampiamente diffusa che rappresenta il Covid-19 come un nemico da debellare, qualsiasi sia il costo. Anche questa metafora ha contribuito alla reintroduzione di una prassi coercitiva sui pazienti psichiatrici sprovvisti dell’esito negativo del tampone. Ci chiediamo, allora, se ancora una volta il clima d’emergenza abbia fornito il pretesto per violare alcuni inalienabili diritti.

Legittimità della contenzione

Benché la 180/1978 abbia imposto la chiusura dei manicomi, e con essi la fine delle pratiche di contenzione al loro interno, nessuna legge nazionale unitaria in materia psichiatrica ha fatto seguito in questa direzione. Soltanto la giurisprudenza è intervenuta a definire quali siano i criteri di legittimità  nell’uso di sistemi coercitivi. Di fatto,  in situazioni ordinarie, la giurisdizione ha sancito che il contenimento fisico possa esser giustificato qualora sussista un reale pericolo per le persone, altrimenti inevitabile. In nessun modo è ammissibile, invece, la contenzione preventiva.

Molto resta da fare, oggi, per la tutela dei diritti dei malati psichiatrici. Perché nella sanità pubblica non si debba più morire di classe; e perché le istituzioni -per utilizzare le parole di Bertold Brecht- non pongano più, come Jakob, azalee sul puzzo dei cadaveri.

Federica Setti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *