Il Mosè di Michelangelo: ricco, pagano e cornuto

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Il Mosè di Michelangelo, protagonista del complesso statuario della Basilica di San Pietro in Vincoli, ci svela una storia curiosa attraverso un dettaglio del suo abbigliamento: sul copricapo ha due piccole corna. Perché lo scultore ha aggiunto queste due protuberanze? La spiegazione serpeggia tra mito e religione.

Conosciamo tutti, anche per linee sommarie, l’episodio biblico dell’Esodo: gli ebrei liberati dalla schiavitù fuggono dall’Egitto, soggiornano nel deserto e Mosè, a capo della fuga, riceve sul monte Sinai le tavole con i comandamenti.  Molti studi hanno già confermato, sebbene si parli di ebrei, che Mosè fosse egiziano (l’etimologia del nome è di origine egizia, Moshe); la carta d’identità del signor Tavole Sacre ci svela il primo tassello per risalire alla natura di quelle corna (la moglie non c’entra, scartate questa ipotesi).

Il periodo storico in cui l’Esodo prende atto descrive l’Egitto come governato da una potente casta di sacerdoti del culto Amon (o Amen), detto anche il Dio Cornuto (anche in questo caso la divina moglie non c’entra, è che lui era un tipo così, un po’ uomo un po’ ariete), di cui Mosè faceva parte. Il Faraone Akhenaton (o Ekhenaton), per rientrare in possesso del suo regno, di fatto usurpato dalla casta sacerdotale durante il regno del padre Amenofi III, decise di istituire una forma di monolatria (che non è monoteismo, attenziò attenziò) basata sul culto di Aton (disco solare, altro non è che una versione di Amon- Ra). Tutti i templi degli Ammoniti (adoratori del dio Amon, i sopracitati sacerdoti, appunto) furono chiusi e banditi. La presa di potere da parte del Faraone, per quanto legittima (e mo’ basta cornuti, avete anche rotto!), suscitò una piccola protesta da parte dei sacerdoti, che però fu spenta dal Faraone e questi furono costretti a batter ritirata, uscendo in fretta e furia dall’Egitto, per evitare la morte e la povertà.

Gli Ammoniti, guidati da Mosè, che altro non era che il businessman della casta, cercarono di insediarsi in altri territori, ma i già preesistenti popoli impedirono loro di coabitarli. Così, il biblico esodo riceve il suo official setting nel deserto di cui conosciamo le vicende. Ciò che avvenne nella realtà, probabilmente, è che la fuga di questa casta continuò vagabondando di qua e di là, andando oltre il Giordano fino al territorio che venne identificato come “tribù degli Ammoniti” (Benei Ammon, figli di Amon) e che fu insediato anche dagli israeliti, con i quali i due popoli vissero e si influenzarono a vicenda portando, in seguito, a fondere e trasformare il dio Amon in Yod He Waw He (Io Sono Colui che E’) ebraico e portarci questa vicenda dentro le pagine bibliche, fino ad oggi.

La cosa assolutamente affascinante, quindi, è comprendere che in qualche modo, il carissimo genio artistico Michelangelo entrò in contatto con qualcuno che sosteneva questa versione della storia. Nella Bibbia consonantica, infatti, Mosè è descritto con le lettere KRN. Introducendo le vocali, si possono avere due versioni del significato della parola: con le vocali a, la parola diventa KaRaN, ovvero “raggi”; versione preferita dalle traduzioni, in quanto coincide con la descrizione che abbiamo nella bibbia, in cui si vede Mosè scendere dal Sinai con il viso illuminato e dei raggi che gli incorniciavano la testa; le altri vocali furbastre, però, le e, una volta inserite all’interno della parola formano KeReN, cioè “corna”. Parrebbe che, nel periodo in cui Michelangelo stesse progettando la statua, fosse entrato in contatto con degli ebrei della diaspora che preferissero la versione cornuta della faccenda e così facendo, anche lui ha scelto, attraverso un dettaglio, di raccontare quella.

mosè
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Straordinario, quindi, come Michelangelo abbia scelto una versione del Mosè che non racconta un popolo schiavo che si libera dalla schiavitù e vaga fino alla rivelazione divina, bensì di una casta governante semplicemente scacciata via perché non legittima classe dominatrice all’interno dell’Egitto. Non si è trattato di un esodo verso la libertà, guidato da un dio degli uomini, bensì di una lotta intestina, uno scontro di potere senza dèi.

Chissà come l’ha presa Giulio II, il papa a cui è stato dedicato questo complesso statuario per la tomba, quando ha scoperto, dall’altra parte dell’esistenza, che a fare da guardia (sebbene il papa poi fu seppellito altrove e non nella Basilica San Pietro In Vincoli) c’è un Mosè pagano. Ma forse, come tutte le persone sagge in quella dimensione sconosciuta, non gli importa granché.

Invece c’è da chiedersi, noi curiosi ancora in vita, quante ancora ne abbia in serbo per noi, a distanza di secoli, Michelangelo e che ancora non sappiamo.

 

Gea Di Bella

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