Di Maio, Conte, Grillo: non è il Movimento Cinque Stelle, è Beautiful

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Il valzer di nomi e alleanze per il Quirinale ha aperto il vaso di Pandora degli antagonismi interni anche al Movimento Cinque Stelle. Il Fatto quotidiano contro Di Maio, a sua volta contro Conte, che però è contro Grillo. E il ritorno di Di Battista. 




Se Salvini, come abbiamo scritto questa mattina, la scorsa settimana è stato preso da una schizofrenia quirinalizia e ha iniziato a bruciare nomi a più non posso, nell’arco parlamentare c’è anche chi ha fatto l’esatto opposto e cioè non si è mosso. Stiamo parlando del Movimento Cinque Stelle e dello stato vegetativo che ha impedito ai suoi componenti, garanti e avvocati del popolo, di fare anche un solo nome per l’elezione a Capo dello Stato. Zero, nada. La forza più presente in Parlamento dopo le elezioni del 2018 non è stata in grado di arrivare nemmeno a un singolo nome condiviso: la montagna non è riuscita nemmeno a partorire il topolino.

Movimento Cinque Stelle o Beautiful?

Certo le ormai molteplici correnti in cui è suddiviso al suo interno il litigiosissimo movimento, evidentemente, non hanno aiutato. Giuseppe Conte, presidente del Movimento e unico tra i leader politici a non avere un seggio in Parlamento, in queste settimane ha solamente detto dei no, causando un certo spazientimento nel Partito Democratico, solitamente clemente e conciliante.

Senza una donna

La proposta, a dire il vero, è arrivata sul nome di Elisabetta Belloni, direttrice della vigilanza sui servizi segreti. Beppe Grillo, dai social, ha sguaiatamente gioito con un “Benvenuta Signora Italia”. Gli ha fatto eco Conte, con un “Una donna presidente”. A sostenere la candidatura, visto che praticamente le ha sostenute tutte, c’era, manco a dirlo, Matteo Salvini, che però, per allearsi con i Cinque Stelle, avrebbe inevitabilmente abbandonato Forza Italia, ostile al nome di Belloni al Quirinale.

L’altro sedotto e abbandonato sarebbe stato il Pd, messso in attesa per giorni dai grillini e poi silurato per riabbracciare il vecchio alleato del primo Governo Conte. A dirla tutta, però, non era così univoco nemmeno il consenso attorno a Belloni: lo stesso Luigi Di Maio ha contribuito fattivamente ad affondarne il nome e ha siglato come “indecoroso” il comportamento di Conte durante la trattativa.

Di Battista is back

In tutto questo caos interno, ecco fare il suo ritorno anche un altro grande personaggio divisivo della scena pentastellata: Alessandro Di Battista, al fianco di Giuseppe Conte. Sì, quel Di Battista: quello che aveva perorato la causa del ritorno tra le braccia della Lega, quando si stagliava all’orizzonte l’ipotesi del governo con il Pd. E che aveva definito l’alleanza giallorossa una vera e propria “morte nera”. Conte, intanto, ha dato prova di non sapere nemmeno controllare il gruppo parlamentare del M5S, che in quest’ultima settimana ha lanciato chiari segnali di insubordinazione. Di Battista, invece, rimane proprio uno dei grillini meno amati dai deputati e senatori pentastellati. Viene da chiedersi quindi dove pensino di andare Conte e Di Battista a braccetto.  Ricapitolando: Conte contro Grillo e contro Di Maio, a sua volta contro Di Battista, per antichi livori. Ad aggiungere benzina, arriva anche il Fatto Quotidiano, sempre molto morbido nei confronti delle scelte del movimento: il giornale si schiera apertamente con l’ex presidente del Consiglio e definisce Di Maio “Il Renzi del Movimento” o “Il ministro di Draghi”. La guerra a Cinque Stelle non è così semplice.

Il tweetbombing contro Di Maio

Anche nell’habitat d’elezione del movimento, intanto, stanno accadendo cose strane: in rete, come sottolineato da Pietro Raffa, esperto di comunicazione politica e digitale, nei confronti di Di Maio è in corso un vero e proprio tweet bombing, al grido di #dimaioout. In molti, secondo i numeri, vorrebbero la cacciata del ministro dal movimento Cinque Stelle, ma, approfondendo la questione, Raffa ha scoperto che si tratta di tweet provenienti sempre dagli stessi profili, molti dei quali localizzati negli Stati Uniti. Un’operazione a tavolino, dunque, che prefigura una vera e propria lotta interna.

C’era una volta l’impeachment

Insomma, come nel caso di Salvini, questo valzer di nomi e alleanze per il Quirinale ha aperto il vaso di Pandora degli antagonismi tutti interni ai partiti. Bizzarro che, anche in questa occasione, chi è entrato in Parlamento per sbriciolare la vecchia politica, ne esca invece a pezzi. E pure invocando la rielezione del Presidente per il quale, solo qualche anno fa, si era chiesto l’impeachment.

Elisa Ghidini

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