Il muro messicano: la vera storia

La costruzione è iniziata 30 anni fa e ora copre un terzo del confine tra USA e Messico, ma non ha impedito la prosecuzione dei flussi migratori

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Le vicende drammatiche di questi ultimi giorni hanno riportato al centro del dibattito le questioni sull’importanza delle frontiere. La discussione oscilla tra la difesa dei diritti umani e la necessità di proteggere la sicurezza nazionale. Ripercorriamo la storia controversa e sempre in divenire del muro messicano, una delle frontiere più attraversate del pianeta. 

muro messicano
Il Rio Grande (chiamato Rio Bravo in Messico), che  segna il confine tra USA e Messico

Ha fatto il giro del mondo la straziante fotografia dell’uomo salvadoregno annegato con la figlioletta di due anni nel fiume Rio Grande, nei pressi di Matamoros, in Messico. Lo scatto è purtroppo simbolo della sofferenza e dei rischi che le migliaia di persone in fuga dal Centro America decidono comunque di affrontare per arrivare negli USA attraverso il muro messicano. L’obiettivo di questo viaggio della disperazione è quello infatti di ottenere una risposta positiva alla domanda di asilo, per scappare da persecuzioni e atrocità subite nei propri paesi. Il confine geografico e politico tra USA e Messico rappresenta perciò da sempre un crocevia affollato e problematico, che Donald Trump ha promesso di ripensare con un approccio drastico sin dagli inizi della sua campagna elettorale.

Un breve documentario di Sky che illustra lo stato di avanzamento dei lavori anche a seguito dello shutdown di inizio anno




Alcune premesse

muro messicano

Finora la promessa di costruire un muro ha comportato di fatto “solo” in un’intensificazione dei controlli nei punti di passaggio e l’avviamento dei lavori concreti per il prolungamento di un primo tronco, per un costo di un miliardo e mezzo di dollari. L’innalzamento della sorveglianza ha causato di fatto un peggioramento notevole della situazione dei migranti: questi ultimi si trovano a sostare in attesa per lunghissimo tempo nelle pericolose città messicane. Vedono dunque nell’ingresso tramite le zone desertiche o i fiumi una speranza, seppure illegale, di entrare nel territorio statunitense.

Una frontiera da 1000 km

Un muro messicano, però, esiste già, anche se di fatto, per molti chilometri, non è che una struttura continua di recinti. Si chiama formalmente “barriera di separazione tra Stati Uniti d’America e Messico” ma viene anche detta “muro di Tijuana”, dal nome dell’omonima città.  Oggi è lungo circa  930 km e corre lungo il confine geografico tra i due stati, che tocca invece i 3145 km di lunghezza, attraversando fiumi, catene montuose e deserti. Per circa 560 chilometri le barriere sono oggi composte da una semplice recinzione alta 5 metri, mentre per poco meno di 500 chilometri da una struttura più bassa che serve semplicemente a impedire il passaggio dei veicoli. Nel 2010, il lato statunitense del confine veniva presidiato da più di 20 mila guardie di frontiera, afferenti ai contestatissimi Border Patrol Agents che, comunque, riuscivano a tenere sotto controllo solo il 30% del confine. 

Il muro ha quasi 30 anni





L’avviamento della costruzione delle barriere è riconducibile alla presidenza di George H. W. Bush che inaugurò i  primi 23 km lungo il confine tra San Diego e Tijuana nel 1990. La struttura è però stata implementata dall’amministrazione di Bill Clinton, la quale, nel 1994, incluse il muro nella serie di operazioni portate avanti per ridurre il trasporto illegale di droghe e l’immigrazione e ordinò di erigere barriere in California, Arizona e Texas, regolamentando i flussi frontalieri con la legge Simpson Rodino. L’iniziativa di Clinton fu quella di aggiungere una presenza fissa di forze di polizia al confine. Con l’avanzamento tecnologico di questi anni, oltre alle barriere fisiche, a ridosso del muro gli USA hanno installato anche una “barriera virtuale” di sensori, telecamere e altri dispositivi di sorveglianza per controllare gli accessi attraverso il muro messicano.

Trump, però, lo vuole estendere di altri 600 km

Più recentemente, Donald Trump, durante la sua campagna elettorale, ha parlato della costruzione di un vero e proprio muro, con la volontà, tra le altre cose, di addossare il pagamento al Messico, per un costo di 20 miliardi di dollari. L’obiettivo del presidente era quello di costruire una barriera lunga circa 1600 chilometri. Trump punterebbe infatti a coprire esattamente la metà confine geografico.  Per l’altra metà del confine, invece, può appoggiarsi invalicabilità dei territori, grazie alla presenza di ostacoli naturali come montagne, corsi d’acqua e deserti. 

260 sono le persone morte solo nel 2018

Tra gli ostacoli naturali, ad esempio, vi sono il deserto di Sonora, uno dei punti più caldi del Nord America,  il monte Baboquivari, in Arizona e il Rio Grande. Chi entra clandestinamente, spesso deve percorrere circa 80 km di territorio inospitale prima di raggiungere la prima strada. Nei primi 10 anni di operatività del muro, dal 1994 al 2004, circa 2000 persone sono morte nel tentativo di attraversare il confine. Sempre nello stesso periodo, sono circa 700 mila sono stati i migranti arrestati dalla polizia di confine. 260 sono le morti solo per l’anno 2018, la maggior parte dei quali collegate al caldo e 50 invece avvenute a causa di annegamento nei corsi d’acqua.

E cosa fa il Messico?





Stime ufficiali riportano che questo sia uno dei confini più attraversati al mondo, con un flusso annuale di circa 500 mila migranti. Provengono dal Messico, anche se non sono tutti messicani e la stampa vi fa riferimento parlando di “indocumentados”. Il Messico, da parte sua, non ha mai affrontato il problema sociologico che causa il fenomeno migratorio. Ha introdotto alcune misure per rendere il passaggio maggiormente tutelato, grazie anche ad agenzie internazionali per i diritti umani. Il Programma Paisano (o Gruppoo Beta) è ad esempio una forza di polizia speciale, creata per scortare gli indocumentados o per raccogliere denunce riguardanti abusi da parte delle autorità. In un circolo vizioso di violenze, non sono però mancati esposti contro lo stesso Gruppo Beta.

Criminalità e corruzione

Bisogna considerare infatti che il muro messicano, per molti, è una delle tante tappe e difficoltà che si incontrano durante una migrazione dal Sud America. In questo viaggio drammatico poi si incontrano i cosiddetti “coyotes”, cioè trafficanti di immigrati clandestini, a cui si versa una “mordida”, una vera e propria tangente, in cambio di una presunta protezione. La frontiera, quindi, è anche luogo di violenza, morte e “desaparicion”, oltre a essere uno dei territori controllati dai cartelli del narcotraffico. A livello sociale, poi, si creano conflitti con la popolazione oltre frontiera, che vive con particolare allarme la situazione. 

Il rafforzamento del muro può migliorare la situazione?

Diversi esperti hanno però evidenziato come il potenziamento del muro messicano già esistente non servirà a tenere lontano i cittadini stranieri. L’altezza non rappresenterà un limite, visto che spesso i trafficanti scavano tunnel sotterranei.  In più. bisogna considerare che la maggior parte dei migranti stranieri oggi entra negli USA con un permesso regolare, che poi lascia semplicemente scadere. A ciò si aggiunge il fatto che le aziende statunitensi non hanno l’obbligo di controllare la regolarità del permesso di soggiorno dei propri dipendenti. Inoltre, anche supponendo di fermare completamente il flusso di migranti grazie al muro, i benefici economici sarebbero di molto inferiori rispetto ai costi. Addirittura con effetti nulli o negativi sull’economia. I migranti, infatti, acquistando beni e servizi sul territorio, aumentano la produttività nazionale, soprattutto nel settore agricolo.

Che peso potrebbe avere sull’economia?

Un altro argomento scottante è l’ipocrisia dietro allo sfruttamento di questi lavoratori in settori poco tutelati, come quello edilizio. Lo stesso Trump, negli anni Ottanta, ha avuto problemi giudiziari in merito, poiché è stato accusato di aver pagato con cifre molto inferiori gli operai dei cantieri della Trump Tower. Un programma di impedimento di nuovi arrivi, secondo uno studio del Cato Institute del 2012, porterebbe poi a un decremento del PIL di 1,5% in dieci anni, con conseguenze tangibili sull’economia statunitense.

Elisa Ghidini

 

 

 

 

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