Quando l’estremista è buddista e la vittima musulmana. La dura vita dei Rohingya

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Quella contro i Rohingya, minoranza musulmana del Myanmar, è una vera e propria pulizia etnica che va avanti da anni e che passa sotto il silenzio di media e istituzioni.

Myanmar
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Mai come adesso, con il terrorismo mediatico scatenato da Isis e attentati, associare le parole “musulmano” e “perseguitato” pare un nonsense. Eppure è così. Da qualche parte, nel mondo, c’è una popolazione che grida aiuto, invano, perché per il resto del mondo di fatto non esiste. Parliamo dei Rohingya, minoranza etnica di fede musulmana che vive a nord dello stato birmano dell’Arakan. Siamo vicini al Bangladesh. Lontani dal governo centrale che li esclude ritenendoli dei bengalesi musulmani; diversi dai bengalesi “ufficiali” che non li vogliono.

Talmente odiati, da veder bandito il proprio nome nelle sedi istituzionali. Come se tanto bastasse per poterne cancellare l’identità. Non a caso le Nazioni Unite definiscono i Rohingya la popolazione più perseguitata al mondo. Sono profughi fantasma, che il più delle volte si concentrano alla periferia di Dhaka, dove non ricevono alcun tipo di aiuto. Di ritornare in Birmania neanche a parlarne. Nel Paese da cui sono fuggiti, a maggioranza buddista, le vessazioni subite sono di gran lunga maggiori. Questa è l’origine delle baraccopoli di fantasmi, inghiottiti da fame e miseria, su cui il Bangladesh chiude gli occhi perché altrimenti ci sarebbe una vera e propria migrazione di massa.

Perché tanto odio? Perché secondo alcuni studiosi provengono dall’Arakan, zona limite non più (quasi) Myanmar, non ancora Bangladesh; altri studiosi affermano invece che i Rohingya discendono da commercianti e soldati arabi, turchi, mongoli e bengalesi convertiti all’Islam nel XV secolo. La teoria più diffusa vuole invece che i Rohingya giungessero in Birmania verso la fine dell’800, come conseguenza dell’immigrazione scaturita dalla colonizzazione. Furono gli inglesi a favorire l’etnia Rohingya nell’insediamento e fu accanto agli inglesi che questa minoranza etnica si schierò nelle rivolte per l’indipendenza birmana, così come nel secondo conflitto mondiale.

Tanto odio perché “traditori” storici. Da allora, una lunga sequela di discriminazioni di ogni sorta. Reiterate ogni giorno, anche se nessuno o quasi ne parla. Neanche il nobel per la pace Aung San Suu Kyi, che ha sempre considerato Nelson Mandela un modello da seguire, ha fatto granché per i Rohingya. Anzi, qualcosa ha fatto. Qualche mese fa ha ribadito che il termine Rohingya non deve essere utilizzato. Un milione di abitanti su quattro che popolano lo stato dell’Arakan non esiste. E non esiste dal 1962, da quando la dittatura militare ha voluto “ripulire” la razza.

Non hanno cittadinanza, non hanno libertà di culto, né accesso all’istruzione o diritto alcuno. Vivono in comunità dalle quali è difficile uscire perché non hanno libertà di movimento (occorrono dei permessi anche per raggiungere strutture ospedaliere presenti nei villaggi vicini). Per una volta non si sente parlare di estremista islamico, ma di estremisti buddisti che prendono di mira i villaggi per i loro raid xenofobi. Il fenomeno migratorio è identico a quello cui siamo tristemente abituati: tanti, troppi Rohingya, scappano appena possono, su mezzi di fortuna – barconi improvvisati, gestiti da trafficanti di esseri umani – per cercare riparo in Indonesia, Malesia e Thailandia. Ma vengono respinti in mare, lasciati in balia di se stessi per giorni e giorni in pieno Oceano Indiano.

Eppure si parla di percorso verso la democrazia, in Myanmar. Una democrazia ipocrita. Che volutamente si gira dall’altra parte dinanzi alle urla disperate di una popolazione la cui unica colpa sarebbe la diversità, la minoranza. Una democrazia che porterebbe con sé il terribile fardello dei “crimini contro l’umanità” per lungo tempo commessi e che ora sono oggetto del rapporto delle Nazioni Unite, firmato dall’Alto commissario per i diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein.

Alessandra Maria

1 Comment
  1. maria grazia massi says

    Mi sento invasa da un senso di dolore e impotenza, possiamo noi fare qualcosa? lanciare un messaggio di indignazione? la prego lanciamo una petizione facciamo sentire le nostre piccole voci forse possono diventare un coro. Lei sicuramente saprà a chi indirizzarla, saprà scrivere le giuste parole. grazie

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