Myanmar: la situazione sociopolitica a sei mesi dal colpo di Stato

A sei mesi dal colpo di Stato, il Myanmar versa in una situazione sociopolitica, economica e sanitaria di profonda instabilità.

In Myanmar, nella mattina del 1° febbraio 2021, le forze armate del Paese mettevano in atto un colpo di Stato.
Cadeva così, repentinamente, il governo di Win Myint e Aung San Suu Kyi.
Alla guida, il generale Min Aung Hlaing, attuale primo ministro birmano.
Seguivano immediatamente lo scioglimento del Parlamento, la dichiarazione dello stato d’emergenza e l’arresto di tutti i leader del partito al governo. Tra di essi, anche Aung San Suu Kyi, consigliere di Stato e nota attivista birmana impegnata da anni nella tutela dei diritti umani nel Paese.
Il “casus belli” è l’accusa di broglio elettorale.
Secondo i militari infatti, il Partito dell’Unione della Solidarietà e dello sviluppo – il più vicino all’esercito – sarebbe il vero vincitore delle ultime elezioni, risultato ampiamente sconfitto.

A che punto siamo?

Ma arriviamo ad oggi.
Il colpo di Stato ha inevitabilmente lacerato dall’interno il Paese determinando gravi conseguenze.
Innanzitutto una continua instabilità sociopolitica, dettata da continui scontri di fazione.
Non solo.
Anche dal punto di vista economico lo scenario è decisamente allarmante.
Il PIL ha raggiunto nell’immediato una caduta vertiginosa, con punte fino al -18%.
Ancora, la crisi sanitaria da Coronavirus ha costretto il Paese ad affrontare la peggiore ondata di contagi, la terza.

Le proteste e lo scenario della guerra civile

Sul piano interno, l’instaurazione del regime militare ha destato non poche voci di dissenso che immediatamente si sono levate per tutto il Paese.
Si è trattato inizialmente di proteste in forma pacifica che tuttavia, repentinamente, sono sfociate in veri e propri bagni di sangue. Ammontano infatti a 900 i manifestanti caduti negli ultimi mesi.
Ad oggi sono in corso quotidiani episodi di violenza armata.
Da un lato, una parte di popolazione si dimostra fortemente a sostegno della restaurazione del governo democraticamente eletto. Dall’altro, l’esercito mira alla sopravvivenza del regime militare.
Lo spostamento del conflitto dalle campagne alle città, inoltre, risulta essere un ulteriore elemento di aggravio. Esso, infatti, apre la strada verso un’autentica polarizzazione interna al Paese, terreno fertile per una guerra civile che in questi giorni inizia a conoscere la sua genesi.



Le ripercussioni economiche

La profonda instabilità politica e sociale porta, inevitabilmente, importanti conseguenze anche sotto il profilo economico.
Non solo, dunque, una Nazione lacerata dall’interno e in continua faziosità ma anche continui scioperi e boicottaggi, messi in atto dai lavoratori delle compagnie pubbliche controllate dai militari.
Decisamente allarmanti le stime della Banca Mondiale: una contrazione fino a 10 punti percentuali del PIL potrebbe davvero mettere in ginocchio il Paese. Nei prossimi mesi circa 25 milioni di persone (quasi la metà della popolazione) vivranno in una condizione di povertà.
Negli ultimi sei mesi, infatti, il PIL ha conosciuto un crollo pari al 18% che è destinato ad aggravarsi ulteriormente, entro la fine dell’anno, con punte fino al 30%.

La crisi sanitaria

Ulteriore fattore di indebolimento e aggravamento della situazione sociopolitica nel Myanmar è dettata, inevitabilmente, dall’emergenza Coronavirus.
Il Paese sta vivendo in questi giorni la fase più dura dei contagi con un’ondata – la terza – senza precedenti.
Ogni giorno si registrano dati allarmanti, si tratta di circa 5000 nuovi casi giornalieri.
Il servizio sanitario inoltre si dimostra fortemente inadeguato.
Non risponde reattivamente alla somministrazione dei vaccini e costantemente limita l’accesso ai servizi ospedalieri e sanitari. La mancanza di bombole d’ossigeno e di posti letto sono all’ordine del giorno.

Il futuro del Myanmar

La situazione sociopolitica, economica e sanitaria ha destato l’attenzione di numerosi commentatori ed esperti di geopolitica, nonché della comunità internazionale.
Lo scenario rischia di degenerare ad un punto tale da condurre lo Stato birmano ad una crisi permanente che difficilmente potrà essere gestita.
Affiora inoltre per il Myanmar l’ipotesi di “Stato fallito”.
Essa è determinata non solo dall’incapacità odierna per il Paese di fornire servizi pubblici adeguati ma anche dalla continua e costante perdita del monopolio dell’uso legittimo della forza, per definizione prerogativa di ogni Stato.

Giada Mulè

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