Nadia Murad: dalla fuga come schiava sessuale al Premio Nobel

Nadia Murad è un’attivista per i diritti umani e premio Nobel per la Pace.

Fin dalla giovane età Nadia Murad è stata costretta a vivere varie difficoltà dettate dalle differenze culturali/religiose tra la comunità yazida, di cui fa parte, e quella islamica.

Nadia nasce a Kocho, nel Sinjar, nel nord dell’Iraq dove cresce all’interno della fattoria familiare.

Nell’ agosto 2014 la giovane è costretta ad assistere alla morte dei suoi familiari e di altre seicento persone per mano degli uomini dell’Isis. Da quel giorno Nadia diventa una prigioniera e una schiava sessuale insieme ad altre 6.7000 e più donne yazide.





Da Kocho gli uomini dell’Isis la conducono a Mosul dove subisce ogni tipo di violenza: stupro, pressioni psicologiche e percosse fisiche.

L’ incubo termina a novembre: Nadia riesce a fuggire grazie a una svista di un soldato dell’Isis che lascia aperta la porta della sua prigione.

Durante la fuga trova accoglienza presso una famiglia della zona. Grazie al loro aiuto raggiunge il campo profughi di Duhok, nel nord dell’Iraq, e da lì si sposta a Stoccarda in Germania.

L’atroce esperienza diventa per Nadia fonte di riscatto non solo per se stessa, ma per tutto il suo popolo. Infatti nel 2015 si presenta presso il Consiglio di sicurezza Onu per discutere di tratta di esseri umani e conflitti.

In una di queste riunioni la ragazza racconta la sua terribile vicenda e le sue parole, ancora oggi, sono scolpite nella mente:

“Immaginate di essere picchiati e violentati ogni giorno. Uno di loro mi ha fatto togliere i vestiti e mi ha lasciato da sola con altre guardie. Mi hanno procurato ogni sofferenza immaginabile”.

Nel 2016 diventa ambasciatrice Onu, battendosi quotidianamente per far conoscere a livello globale temi come la violenza contro le donne e la tratta di esseri umani.

Con la sua battaglia Nadia diventa il simbolo di un popolo che per secoli è stato costretto al silenzio da potenze più forti.

Sempre nello stesso anno, affiancata dall’avvocato Amal Clooney, intraprende un’azione legale contro i comandanti dell’Isis. L’avvocato Clooney ha descritto il genocidio, lo stupro e la tratta come “burocrazia del diavolo a scala industriale”.

Grazie a ciò nel 2018 Nadia vince il Nobel per la Pace che le consente di rendere noto al mondo il suo coraggio e la sua storia. Nel corso degli anni, a causa della forte esposizione mediatica, la ragazza è stata più volte minacciata di morte, ma questo non l’ha mai fermata.

Infatti per implementare il suo impegno ha aperto un’associazione, divenendone Presidente.

La Nadia’s Initiative è volta alla ricostruzione di comunità in crisi e alla difesa di vittime di stupro. L’obiettivo dell’organizzazione è quello di risollevare le sorti del Sinjar, la terra natia di Nadia, che ancora oggi è dilaniata dalla violenza.

Uno dei metodi che la Nadia’s Initiative utilizza per far conoscere le proprie attività è coinvolgere i governi mondiali e le altre organizzazioni umanitarie a impegnarsi realmente su questi temi, senza vane promesse.

Il motto che l’associazione utilizza è “to make never again”, per evitare in futuro altre tragedie simili. Oltre all’associazione Nadia affianca un grande desiderio quello di “poter tornare a vivere nel Sinjar e aprire un salone di bellezza per le donne del popolo”.

Nella speranza che un giorno questo sogno possa diventare realtà, l’associazione, grazie ai contributi di altri Paesi, è riuscita a costruire un ospedale inaugurato a febbraio, e avviato vari progetti che vedono la realizzazione di scuole e altri edifici.

In ogni caso i traguardi raggiunti grazie all’intraprendenza di Nadia sono pazzeschi.

La sua forza di volontà e l’amore verso la vita le hanno permesso di sopravvivere a quelle atrocità, divenendo una donna audace che lotta per salvare vite altrui.

 

Laura D’Arpa

 

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