Nadia Toffa e il cancro in copertina

Vignetta di Paolo Caruso
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Di Selvaggia Lucarelli


Voglio bene a Nadia Toffa pur avendo detestato alcune delle cose che ha fatto alle Iene. E non dimenticando anche quel che ha fatto di buono alle Iene. Gliel’ho scritto con un messaggio quando è stata male:

“Torna presto a farmi inca**are con i tuoi servizi”.

Ho letto quello che sta scrivendo in questi giorni sulla sua malattia, il cancro, e ho letto quello che le stanno scrivendo giornalisti e persone comuni. Ho la bacheca invasa da post di gente inca**ata con lei. Ho letto cose equilibrate, critiche oneste e poi il solito livore infame di gente che ritiene la propria esperienza un fatto universale. Tanto quanto Nadia, forse, che però è malata e sorride. Non insulta nessuno.
Cercherò le parole giuste per dire perché secondo me avete un po’ ragione voi che contestate alcune sue frasi e perché su altro ha ragione lei.

Nadia, all’inizio, ha fatto un po’ un pasticcio. E’ tornata alle Iene dopo due mesi dal ricovero all’ospedale dicendo “ho avuto un cancro, ora sto bene, sono guarita, curatevi”. In molti manifestarono scetticismo sulla rapidità con cui era arrivato il lieto fine, poi lei si fermò per riposare e tutti compresero che no, non era stato tutto facile come lo aveva raccontato.
Mentì anche Wondy-Francesca Del Rosso quando andò dalla Bignardi alle Invasioni e disse che stava bene pure se aveva scoperto una recidiva giorni prima. Tantissima gente malata mente per meccanismi che possono avere a che fare con la negazione, con il pudore, con la preoccupazione per gli altri, con la vergogna e perfino con l’ottimismo. Lo so, per esperienza.

Non so quali siano state le motivazioni di Nadia, ma certo, quando si parla a milioni di persone, la verità sulla malattia se – e ribadisco SE si decide di parlarne- è una cosa che va gestita con cura. Però insomma, non serve specificare che i malati non siamo noi e forse pretendere una gestione estremamente lucida di un qualcosa che sconvolge l’esistenza e le prospettive, è una scemenza.

In questi giorni Nadia ha annunciato l’uscita del suo libro sulla malattia. Sui social sta discutendo animatamente con alcuni follower che le rimproverano un’eccessiva semplificazione della malattia per via di alcune frasi, soprattutto “Il cancro è un dono” (che poi in realtà è Ho trasformato una sfiga in un dono) e “Ogni tumore è uguale, stesse difficoltà”.
Chi ha lottato e lotta con la malattia, chi ha avuto lutti in famiglia per il cancro, le ha fatto notare che no, i tumori non sono tutti uguali. Nadia ha poi specificato che lei intendeva “la paura è la stessa”, non “la patologia è la stessa”. Naturalmente le credo, ma credo anche che proprio perché non tutti i tumori sono gli stessi, anche la paura e l’angoscia siano proporzionate alla gravità, alla diagnosi, alle aspettative di vita e di guarigione. All’età, all’indole, assieme poi alle possibilità economiche e a un sacco di altre cose, che possono alleviare la pena di attese, burocrazia, preoccupazioni pratiche.

Riguardo la storia del cancro inteso come DONO che ha generato una gara sguaiata a chi la insultava o la derideva meglio, io Nadia la capisco, con un MA.

Anche Tiziano Terzani scrisse che il cancro era un amico. “Per me questo cancro è stato una BENEDIZIONE, perché ero ricaduto nella routine della vita, e questo cancro mi ha salvato”.

E c’è un’ampia letteratura sul tema della malattia come opportunità di crescita interiore. Questo non vuol dire che il cancro sia una botta di cul*. Significa, credo, che lo schifo che è la malattia possa, in qualcuno, assumere una declinazione più intima, più spirituale.
Come sempre, è il modo in cui elaboriamo quello che ci accade, non quello che ci accade in senso assolto a fare la differenza.

Io quindi capisco cosa intende dire Nadia.
Quello che però con gentilezza mi sento di suggerirle è di non raccontare la sua esperienza come se la sua esperienza fosse comune e universale. Il cancro è una cosa comune, non il modo di affrontarlo. Il cancro non è un dono. Sarebbe giusto dire “per me è un dono”. O forse ancora meglio “per me è anche un dono”. Perché tutti sappiamo che Nadia, come noi, come i nostri papà, le nostre mamme, i nostri amici che ci sono passati, avrà attraversato dolori e angosce, ricoveri orribili e chemio faticose.

Quello che le si rimprovera è questo: bella la reazione positiva, bello che si dica che bisogna scegliere di vivere (nel senso di vivere il tempo che resta al massimo, che sia un mese o 40 anni), bello che si dica che il cancro può essere un’opportunità se si riscrivono le priorità della vita o si apprezzano di più le cose meravigliose di cui la vita è piena, bello il messaggio di incoraggiamento.

Fonte: www.librimondadori.it

Però la narrazione non può essere solo questo. Manca un pezzo. 
E’ un po’ come la copertina del libro. Bellissima, in prima, Nadia che sorride. Però chi ha il cancro sa che la quarta di copertina è un’altra storia. E’ il volto segnato, le occhiaie, la testa pelata.
Insomma, alla fine dei conti, quando si sceglie di condividere un’esperienza come la malattia, è importante che lo si faccia consapevoli del fatto che è davvero un’esperienza intima, propria e personale. Per la Fallaci il cancro era un alieno, per Terzani una benedizione, per Wondy è stato fonte di ironia e a tratti disperazione, la Bignardi ha detto che è una cosa comune e parlare della malattia da cui è guarita non le interessa, e così via. In casa mia, il cancro, è stato ed è un ciclone infame, ma ha anche avvicinato due persone che hanno trascorso la vita a scannarsi. Ma è il MIO ma, e lo tengo bene a mente. Ognuno, con la malattia, ha la sua storia. E non è detto che sia una storia di riscoperta interiore.
E’, talvolta, solo dolore e abbrutimento.
Ecco, fosse a Nadia suggerirei questo. Di ricordarlo.
E di pensare bene a quanta responsabilità ha quando scrive di un cancro. Anche fosse solo quella di confrontarsi col dolore e la sensibilità altrui.
Per il resto, sosteniamola e cerchiamo di essere critici con gentilezza, perché ne ha bisogno lei, ne abbiamo bisogno tutti, quando si parla di cose che hanno a che fare con la vita e la malattia.

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