Nando Martellini, l’arte di essere semplice

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Chi ama lo sport non può non avere un momento impresso nella mente, un momento del quale ricorda tutto: il posto in cui si trovava, gli odori che sentiva, le persone che aveva vicino. Per rendere però il momento indimenticabile, c’è bisogno di qualcuno che lo sappia raccontare, di qualcuno che lo viva proprio come lo stai vivendo tu.

La mia generazione, ad esempio, non potrà mai dimenticare il goal di Fabio Grosso alla Germania e l’urlo di Fabio Caressa “andiamo a Berlino Beppe”. La generazione dei nostri padri, a differenza nostra, ha vissuto una stagione in cui i telecronisti erano sobri e si esaltavano raramente.

Nonostante ciò, alcuni di essi hanno saputo emozionare e restare impressi nella memoria di tutti gli appassionati. Tra i più grandi, forse il più grande di tutti, c’è il leggendario Nando Martellini.

La sua era una voce educata, non invadente, quasi distaccata che d’incanto si è trasformata in una traccia, è entrata in film e romanzi, ha saputo dare il timbro a un evento, alla rappresentazione di quell’ evento.

E dire che Martellini cominciò a fare il giornalista per caso. Figlio dell’autista del principe Barberini, amava viaggiare e voleva fare il diplomatico. I suoi genitori lo volevano laureato in Agraria, ma lui si laureò in Scienze Politiche. Poi abbandonò l’idea della carriera diplomatica, conosceva cinque lingue, voleva fare l’annunciatore e si propose alla tv.

«Perché non fai il giornalista?» gli chiesero un giorno.

Iniziò come giornalista tuttofare, occupandosi di sport, politica e attualità. Questa suo modo di fare andò avanti fino a quando Vittorio Veltroni, capo dei servizi giornalistici Rai, gli disse che doveva necessariamente scegliere una sola tematica.

Martellini non ebbe dubbi. Lo sport, il suo grande amore. Tutto nacque da una buona pagella che gli consentì di andare in viaggio premio all’Olimpiade di Berlino nel ’36. «In treno, terza classe, panino, Jesse Owens… fu un’ esperienza meravigliosa» confidò una volta.

 




Ha raccontato undici Mondiali, tre Olimpiadi, diciotto Giri d’Italia e dodici Tour de France, con la sua voce calda e rassicurante, con garbo e sensibilità, con il gusto per l’essenziale. Indimenticabile anche Italia-Germania 4-3 del 1970, il Mondiale in cui Martellini subentrò a Nicolò Carosio.

E poi quel 1982.

L’Italia viveva le ultime fiammate degli anni di piombo, Enrico Berlinguer metteva la feccia per il sorpasso alla DC e il calcio era ancora scosso dallo scandalo scommesse che aveva portato Lazio e Milan in serie B ed aveva costretto a stare fermi per oltre un anno Bruno Giordano e Paolo Rossi.

Come racconta Buffa nel suo meraviglioso Storie Mondiali, la nazionale, che si apprestava a partire per il mondiale spagnolo, era circondata da mille polemiche, soprattutto il CT Enzo Berazot; il “Vecio” era stato bombardato da insulti da ogni dove per aver portato con se Paolo Rossi, rientrato pochi mesi prima, e lasciato a casa il capocannoniere del campionato Roberto Pruzzo.

Alla fine tutti sappiamo com’è andata a finire e come la storia gli abbia dato clamorosamente ragione

Quello fu il mondiale del riscatto italiano, della ritrovata unità nazionale, e Nando Martellini fu sempre li, nascosto nella cabina di regia, a trasmettere a tutta Italia le emozioni che lui stesso provava ma che mai mostrava, in pieno stile Martellini.

Solo una volta ha sgarrato questa regola; era giorno 11 luglio del 1982, una data storica, non per il risultato in se, ma per tutte quelle piccole cose che sono successe: il rigore sbagliato da Cabrini, l’urlo di Tardelli e il clamoroso “Non ci prendono più” di un entusiasta presidente Pertini dopo il goal di Altobelli.

E poi il fischio finale. Certe volte avrei voluto essere al posto di Martellini, avrei voluto avere quella responsabilità di immortalare quel momento; chissà cosa pensava il buon vecchio Nando, forse qualche frase leggendaria, di ispirazione epica; ma non lo disse. Disse semplicemente per tre volte “Campioni del Mondo”, come un tifoso qualunque.

È per questo che Nando Martellini è diventato leggenda, è stato il primo a capire che bisognava coinvolgere il tifoso, che con la telecronaca bisognava emozionare ed emozionarsi, ed in questo è sicuramente tra i migliori di sempre.

Dopo quel mondiale Martellini iniziò ad allontanarsi sempre più dalle telecronache a causa di una brutta malattia che nel 2004 lo portò via, in cielo.

Ma Nando rimane sempre un maestro, ammirato, studiato e ricordato da tutti.

Ovunque tu sia, tanti auguri grande Nando Martellini.

 

Francesco Merendino

 

 

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