La narrazione mediatica delle proteste

Le proteste sociali e le violenze che le accompagnano nascondono sempre delle cause che vanno analizzate in profondità. Quelle di Minneapolis non fanno eccezione.

immagine da: wikimedia commons
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Dopo l’uccisione di George Floyd montano le proteste a Minneapolis e nel resto dell’America. Ma la narrazione mediatica si focalizza solo su queste ultime, non dedicando il giusto spazio alle cause che hanno portato a queste situazioni.

La vicenda

Un uomo -afroamericano- viene ucciso da un agente durante un fermo di polizia nella città di Minneapolis sotto l’indifferenza degli altri agenti corresponsabili nell’omicidio. George Floyd non aveva opposto resistenza all’arresto, era già ammanettato, dunque non rappresentava una minaccia. La scena atroce riportata dai media ha del surreale, qualcosa che non ti aspetteresti da un Paese che si dice baluardo di democrazia e libertà. L’uomo è riverso a terra, la faccia schiacciata sull’asfalto, impossibilitato a muoversi, a respirare, a causa dell’agente di polizia che preme un ginocchio sul suo collo. E mentre l’abuso continua, gli altri agenti se ne stanno fermi, cercando a malapena d’impedire che qualcuno riprenda la scena. George perde i sensi, e quando l’ambulanza arriva per lui è già troppo tardi.

Il racconto dell’evento tra media e percezione

Inizialmente si prova a parlare di incidente mediatico, una vergognosa mossa per edulcorare la brutalità commessa. Ma i cittadini non ci stanno: esacerbati dall’ennesimo omicidio da parte delle forze dell’ordine a danno di un cittadino afroamericano, cominciano a protestare per le strade di Minneapolis.
Le proteste, in varie forme, si allargano ad altre città dell’America e del mondo, trovando l’appoggio anche fuori i confini americani, fino al nostro Paese.

La notizia fa il giro del mondo, arriva in Italia, ma l’attenzione si concentra tutte sulle proteste e non sulle cause scatenanti. Come succede per Hong Kong, la narrazione mediatica si focalizza sull’andamento delle contestazioni in sé e non ad analizzare il sistema che permette ancora il perpetrarsi di violenze a base razziale.
Perché è di questo che si tratta: omicidi a sfondo razziale ed è fondamentale dirlo, ad alta voce; è bene che le cose vengano definite per quello che sono, per non incorrere nel rischio di cadere in una retorica di comodo che punta a distorcere la realtà.

Il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro nome
(Rosa Luxemburg)

La narrazione mediatica

Dopo le minacce di Trump di reprimere le proteste, in un tweet oscurato, oggi una notizia riportata da La Repubblica parla di un “poliziotto accerchiato e picchiato dai manifestanti”.
Un atto condannabile, certo, ma il rischio di questi articoli è quello di andare a colpevolizzare i protestanti; il rischio è sviare l’attenzione da quella che è una problematica grave con cui l’America fa i conti da troppo tempo.
L’intento di questo articolo non è difendere o colpevolizzare, ma porre l’attenzione sul modo in cui vengono trattate le notizie da chi deve fare informazione.

Negli ultimi giorni, infatti, sono molti gli approfondimenti sugli scontri in atto e sui fautori di queste proteste. L’accento, però, è posto spesso sulle dinamiche e i mezzi adottati, sul numero dei morti, degli arresti: insomma sulla vicenda in sé.
Certo, si fa riferimento all’uccisione di George Floyd ma si tende a non ricordare che il suo omicidio è solo l’ultimo di una lunga serie. Non si fa riferimento al sistema statunitense che fa ancora i conti con atti di vero e proprio razzismo. Ci si sofferma sulla superficie, sulla notizia del momento, senza considerare la globalità di dinamiche consolidate che hanno portato i cittadini a denunciare lo stato di cose.

Il valore sociale della violenza nelle proteste

Troppo spesso si condanna in toto e in modo aprioristico l’atto violento, anche quando esso deriva dal perpetrarsi di situazioni non più tollerabili.
La violenza in un contesto di proteste, che ci piaccia o meno, condannabile o no, ha un valore sociale che non può essere ignorato. È spesso il frutto di dinamiche cui un individuo -o un gruppo di individui- è stato soggetto troppo a lungo; è il frutto dell’esasperazione collettiva, un grido inascoltato che cerca un’ultima strada per farsi sentire. Sarebbe troppo facile, nella comodità delle nostre case, arrogarci il diritto del giudizio e suggerire metodi di protesta non violenta.

D’altro canto anche quella del sistema statunitense è una violenza sottaciuta e perpetrata da lungo tempo ai danni di cittadini afroamericani e minoranze etniche; dunque perché di questi non viene fatta menzione e non viene messa sotto i riflettori? Perché il problema principale viene sviato e la narrazione dei media si polarizza sui cittadini che scendono per strada?

Diversi approcci alla violenza

Questo tipo di comunicazione non deve essere sottovalutato perché nasconde dinamiche che sono state silenziosamente accettate. La violenza indebita tra i ranghi di istituzioni preposte alla difesa del cittadino è stata interiorizzata ed accettata; è tacitamente entrata a far parte delle strutture anche con una legislazione per l’immunità delle forze dell’ordine che rende difficoltoso accusarne e punirne i membri. In questo modo si tollerano atti ingiustificati e di abuso con la complicità e il silenzio di un sistema che non li punisce in modo adeguato; è così che passa in modo subliminale il messaggio di leicità di questo modus operandi.

Se è vero che “la violenza genera violenza” non stupiscono le azioni di protesta a seguito della situazione descritta; sono atti figli dell’esasperazione e del desiderio di cambiamento.
Le minacce di Trump di soppressione delle rivolte, non fanno che contribuire a questo circolo vizioso, senza mettere in discussione le falle del sistema.

Le cause della violenza e la sua narrazione

Ed è proprio di questo che dovrebbero occuparsi i mezzi d’informazione e la loro narrazione mediatica: porre l’accento sulle problematiche di fondo e portarle all’attenzione pubblica. Solo con una forte presa di coscienza dei cittadini si possono porre le basi per dei cambiamenti; grazie a una buona informazione le richieste dal basso possono arrivare all’alto e portare la problematica sul tavolo delle discussioni.

Ma se giornali e tg continuano a concentrare le notizie solo sulla parte lesa, sui cittadini nelle strade, la narrazione che passa è un’altra. Ponendo l’accento sulla violenza di questi ultimi si sta implicitamente imputando loro la colpa di qualcosa che ha radici più profonde.

Anche il celebre linguista Noam Chomsky, nel libro La Ragione contro il Potere, esprime un altro punto di vista sulla violenza e un suo uso “legittimo”. Chomsky si discosta dal pensiero rigido, e forse un po’ ingenuo, di chi condanna la violenza bollandola sempre come non giustificabile. La sua visione non è così polarizzata e propone un’analisi che non faccia uso di «formule astratte»; per lui la violenza è senz’altro un mezzo, l’ultimo rifugio, come lo definisce, ed ogni caso si deve esamirare a sé.

In questo senso, dunque, bisogna leggere un’espressione di violenza tenendo in considerazione le condizioni che l’hanno resa verificabile e, in una certa misura, “giustificabile” o quanto meno comprensibile. Solo comprendendo le dinamiche nella loro interezza, e non estrapolandole, si può giungere a una discussione scevra di preconcetti e proporre una soluzione.

I risvolti

Intanto le proteste a Minneapolis hanno portato all’arresto dell’agente di polizia colpevole dell’omicidio, ma per ora le accuse sono quelle di omicidio colposo.  Per gli altri agenti, complici nell’omicidio di George Floyd, l’unico provvedimento è stato il licenziamento. Ancora una volta, dunque, si assiste al tentativo di edulcorazione di questi gesti che devono, invece, essere condannati con forza e costituire il reato che rappresentano.
Troppe volte gli omicidi di questo tipo sono passati sotto silenzio e i colpevoli rimasti impuniti.

George Floyd e tutte le altre vittime di violenza a matrice razziale (e non), meritano giustizia. È ora che anche la narrazione mediatica cominci a parlare della radice del problema e non solo delle cause più prossime; sviare l’attenzione e spostarla su una silente colpevolizzazione delle vittime non porterà ad alcuna soluzione e non fermerà le violenze da ambo i lati.

Il mondo libero?

L’America da sempre si fa baluardo di civiltà, rappresentante della cultura occidentale mettendo, però, da parte i suoi problemi interni. Una nazione fondata sulla pluralità di etnie differenti, ma che non fa ancora i conti con i suoi profondi problemi di disuguaglianze sociali e razziali ancora troppo radicati.

Le proteste di questi giorni dovrebbero servire a porci di fronte a questo problema culturale e istituzionale che riguarda una delle più grandi potenze mondiali. La discussione e il cambiamento non possono essere più rimandati e devono trovare nella narrazione mediatica il giusto veicolo.

 

Marianna Nusca

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