Narrazione tossica dei canali d’informazione: la disfunzionalità di raccontare senza prescindere dal genere

Di Valeria Fonte


L’informazione e la divulgazione rappresentano due contesti comunicativi il cui denominatore comune è oggi l’habitat virtuale. Alcune testate giornalistiche usufruiscono del proprio spazio divulgativo per avvalorare una realtà distorta e nociva. Il perpetuare di una cultura del “non vedo, quindi non penso” è l’obiettivo del linguaggio mediatico dell’occultamento: il mantenimento del controllo di massa passa attraverso la de-formazione e la dis-informazione.

Quanto siamo disposti a prostrarci alla potenza di questo linguaggio mediatico? Esiste una soluzione rivoluzionaria alla narrazione tossica? Si può imparare a riconoscere e sdoganare le rappresentazioni deleterie per lasciare spazio ad una consapevolezza critica?

Il sistema di narrazione tossica di chi detiene il privilegio: il caso di Roberta Siragusa non è un mistero, si chiama femminicidio.

Non è la prima volta che si romanticizza un avvenimento per renderlo accattivante e sensazionale. Si tratta di un ottimo espediente per raggiungere sguardi d’indignazione sociale dove il reale sdegno dell’artefatto culmina nel raptus omicida. La notizia è chiara: Pietro Morreale, 19 anni, uccide Roberta Siragusa, 17 anni. Cosa li legava? Un rapporto d’amore, o almeno così ce lo propinano Tgcom24, Palermo Today, Rai News, Il Messaggero, La Repubblica.

Risulta sufficiente scorrere fra gli articoli del 24 gennaio 2021, forniti da queste testate online, per comprendere immediatamente il primo chiarissimo responso: nessuno parla di femminicidio. Ci si affida a locuzioni come “ giallo inspiegabile”, “mistero”, “omicidio involontario”. Appare superfluo specificare quanto riferirsi in questo modo ad un femminicidio preponga due conseguenze: la normalizzazione della violenza di genere e il depotenziamento della serialità.

Sensazionalizzare la violenza di genere rende il fenomeno singolo un evento atipico. Il carnefice diviene un povero pazzo che per amore incondizionato e in preda alla gelosia decide di togliere la vita alla sua compagna. Storia ormai vecchia questa, che si dimentica di un fattore non trascurabile: l’assassino non è una bestia, bensì una persona camaleontica che agisce secondo le sue facoltà cognitive (se si trattasse di bestie con occhi da Cerbero sarebbero decisamente riconoscibili).

L’uccisore diventa così soggetto raro, un asteroide che, per virtù del fato, colpisce la Terra in un punto preciso. Quel punto si chiama Roberta Siragusa e sarebbe esilarante se fosse, davvero, l’unico punto colpito. La faccenda richiama piuttosto una pioggia fitta di eventi che, normalizzati e strumentalizzati, risultano sempre così diversi l’uno dall’altro che quasi diventa davvero faticoso trovare un nesso comune.

Eppure la correlazione è chiara: si tratta di pagine di un medesimo libro i cui contenuti sono tutti diversi, ma la consistenza sempre la stessa. Fortunatamente, la narrazione tossica, togliendo la facoltà di coscienza e responsabilità, ci dona un habitat idilliaco in cui “succede poco e sicuramente non succederà mai a te”.

Tgcom24, La Repubblica e Palermo Today, nello specifico, ci tengono ad identificare le due note fazioni: il povero folle e la donzella sfortunata. In modo molto umile, potremmo scardinare entrambe le connotazioni e renderle più chiare: un omicida che ha fatto della cultura dello stupro e della sottomissione un’arma letale e una vittima a cui nessuno, data l’assenza dell’educazione sessuale e dell’educazione civica atipiche per il nostro Paese, ha mai insegnato la serialità della violenza e come, purtroppo, vada riconosciuta e mai sottovalutata.

Così va meglio. E se non dovesse essere chiaro il richiamo alla cultura dello stupro, potremmo così riassumerlo: perpetuare un atteggiamento di potere nei confronti di qualcuno che ci permette di farlo solo perché non detiene dei privilegi (come la forza fisica che spesso è caratteristica degli uomini) è militanza volontaria e bisogno di ritorno all’ordine dell’Età della Pietra, dove la forza determinava i ruoli di comando.

Ma se questa fosse la narrativa, non ci sarebbe il bisogno di stare qui a vociferare sull’utilità di una rivoluzione dell’immaginario collettivo. Pietro è diventato così “un ragazzo buono, dal viso pulito e di buona famiglia” e Roberta è diventata “una ragazza che lo aveva reso geloso”. Non è un caso che il nome della vittima venga così depotenziato: o si usa un appellativo generico “una donna/ragazza”, oppure si usa il nome senza il cognome.

Quante volte ci sono capitati fra le mani articoli con titoli simili a “Una donna ha l’incarico di formare il governo”, “Clara diventa sergente in America”, “L’infermiera Claudia, la prima vaccinata”? Una donna chi? Chi è Clara? Chi è Claudia? Domande legittime di fronte ad una carenza informativa, quella del cognome, che non ci permette di identificare il soggetto dell’azione, ma vuole ottenere un riscontro di sorpresa solo perché a fare qualcosa di utile e significativo è una persona di genere femminile.

Miley Cyrus e il sessismo stereotipante di Tgcom24: indossa la mascherina ma rinuncia al reggiseno.

Esempio lampante della narrazione nociva è anche la non-notizia di Tgcom24, che nella rubrica “Look da Vip”, il 25 gennaio 2021, esprime un pensiero nettamente de-formativo sul fatto che la cantautrice e attrice Miley Cyrus abbia scelto di non indossare il reggiseno durante una passeggiata a Los Angeles.

Viene descritta come “mai stata timida” e il suo outfit risulta etichettato come “provocatorio e rivelatore”. In aggiunta viene espressa, attraverso l’assunto “l’occhio cade sul seno che, grazie alla trasparenza del tessuto, è completamente in vista, capezzoli compresi”, una digressione su un punto di vista pregno di sessismo e stereotipi di genere che richiamano una forma mentis medioevale.

È risaputo che Tgcom24 venda le sue notizie come serie ed affidabili, attraverso i canali di informazione televisivi: “Scegli gli editori responsabili, scegli la serietà”. Eppure di serio ed affidabile c’è davvero poco in questo agglomerato di giudizi non richiesti fatti passare per informazione. Il sano giornalismo e la notizia vengono volutamente oscurati per un obiettivo preciso: creare gossip di massa. E attraverso quale procedimento questo modus operandi può essere conseguito? Facendo leva sui luoghi comuni e sugli stereotipi.

Non ci è estranea questa narrativa e la favola rimane puntualmente la stessa. Tutto ha inizio con la volontà redazionale e la storia culmina con il lieto fine che ci si aspetta: il trionfo dell’univocità. Quest’ultimo elemento richiama infatti il punto di vista maschile e patriarcale secondo cui il reggiseno debba essere un must have, un richiamo visibile di ordine che esponga senza il bisogno di parole un responso chiaro: sono una brava ragazza.

Ma la volontà di riportare all’ordine un atteggiamento errato dal punto di vista stigmatizzante e patriarcale, oltre a voler spezzare le ali alla libera espressione di sé e del modo di vestire o non vestire il proprio corpo, ha ragioni ancora più profonde. Si cela così l’ironico bisogno di formare (attraverso una guida chiarissima) la generazione digitale rimembrando schemi di riconoscimento: una donna che non indossa il reggiseno è una donna che sta autorizzando il mondo a sessualizzarla. Tgcom24, con il suo “l’occhio cade sul seno perché Miley Cyrus è provocatoria”, non fa altro che richiamare la giustificazione e la de-responsabilizzazione davanti ad una sessualizzazione priva di consenso.

Ancora una volta sessualizzare il seno e i capezzoli perché una donna decide di non indossare il reggiseno diventa la scusante davanti ad un possibile atto invasivo di soggetti terzi (esempio: catcalling). Questo intervento molto lontano dal giornalismo che informa e forma incarna atteggiamenti denigranti e sessisti nei confronti di una persona, a prescindere dal suo genere. L’essere femmina è l’aggravante che giustifica, ancora una volta, tutti i mezzi e tutte le modalità.

Il colpo di Stato di cui abbiamo bisogno: l’inclusività che abbandona il sensazionalismo e la romanticizzazione.

Responsabilità dell’informazione è la presa di posizione di condanna radicale davanti al mutilarsi dell’inclusività e della parità. Come risolvere? Imparare a chiamare le cose con il loro nome, riconoscere l’obsoleto modus agendi del tornaconto standardizzante della disinformazione e una presa di coscienza di una necessaria e sonora riforma del narrare potrebbero essere gli stendardi dell’avviamento.

I veri must have, declinando l’offerta del reggiseno, sono sale autoriali eque e redazioni eterogenee, le riformulazioni inclusive e non divisive, la rappresentanza di ogni punto di vista (e il femminismo intersezionale agisce prontamente per il prolificare di questo cavillo).

La riforma del giornalismo è adesso più che mai un diritto e un dovere comune, affinché la voce potente del cambiamento possa sopravvivere e resistere in una realtà decente e dignitosa. 

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