Nasa e teologia: un ingaggio che è un incontro

L’incontro tra NASA e teologia: un’occasione per rispondere a vecchie domande grazie alle possibili nuove scoperte provenienti dal cosmo.

In altre parole: come reagirebbero le persone se sapessero dell’esistenza degli alieni? Cambierebbero idea su Dio? La loro fede ne sarebbe scossa? Si arriverebbe a dubitare della creazione? Per rispondere a queste domande Nasa e teologia si incontrano.

La notizia:

È di pochi giorni fa la notizia data dal Daily Mail secondo cui la nota agenzia spaziale statunitense avrebbe ingaggiato 24 esperti in questioni religiose per cercare di sondare le possibili reazioni davanti alla scoperta di alieni nell’universo.

Uno di essi è Andrew Davison, teologo, nonché sacerdote ed esperto di biochimica dell’Università di Cambridge. Il progetto in particolare riguarda il CTI (Center for Theological Inquiry) della Princeton University nel New Jersey.



Dalla NASA alla teologia, un piccolo passo per l’uomo…:

Certo, questo forse può sembrare un piccolo passo che la scienza e la fede fanno l’uno verso l’altra. Ma se ci guardiamo indietro di qualche manciata di secoli, questo piccolo passo ci sembra un enorme salto.

Nel 1600 un uomo moriva. Leggenda dice sviando il suo sguardo dal crocefisso nonostante avesse vestito le vesti di monaco, poco prima che le fiamme lo avvolgessero. Arso sul rogo. Al Campo de’ Fiori di Roma. Per volere della Chiesa. Perché aveva sostenuto – tra le altre eresie – l’infinità dell’universo. La pluralità dei mondi. Lui era Giordano Bruno.

Una trentina di anni dopo, per evitare una fine simile al filosofo di Nola, Galileo Galilei abiurava, con il saio bianco dei penitenti, malediceva e detestava li suddetti errori ed heresie. In altre parole, ripudiava anni di studi che lo avevano condotto a confermare eliocentrismo e movimenti terrestri.

Oggi:

Oggi le circostanze son diverse e la NASA ne è consapevole. I teologi si fanno mediatori tra la scienza e gli uomini. Seguaci della prima, studiano il modo migliore per veicolare le sue scoperte all’umanità.

Compito di certo non facile: si può cercare di comprendere l’impatto teologico a cui queste nuove scoperte possono portare. Ma tentare di prevedere come le persone possano reagire nello scoprire di non essere sole nell’universo, è un’altra cosa.

Faccenda che valica probabilmente qualsivoglia credenza religiosa. Perché – forse è il caso di ricordarlo – la parola religione, almeno per quanto riguarda l’umanità, si declina ancora al plurale.

Una questione irrisolta:

In altre parole, l’universo attrae e spaventa. Ancora. Ciò che da esso può derivare destabilizza. A distanza di secoli, gli annunci delle stelle possono ancora mettere in discussione le credenze personali di ognuno di noi.

Certo, l’atteggiamento della Chiesa negli ultimi anni è molto cambiato. Il capo astronomo vaticano non nega l’esistenza di altre forme viventi nell’universo e nell’Osservatore Romano è uscita un’intervista a padre Funes dal titolo “L’Extraterrestre è mio fratello” secondo cui l’esistenza in questi ultimi non inficerebbe la credenza in Dio.  Ancor prima si era aperta a riconsiderare il suo atteggiamento nei casi di Galileo e Bruno. Insomma, nuovi approcci per antiche questioni.

Eppure, se ancora si necessita di un pool di esperti nel campo per sondare il terreno (si fa per dire) dell’universo, la partita tra scienza e fede sembra ancora aperta.

La faccenda è tutt’altro che nuova. Nietzsche stesso, ne La gaia scienza, decreta la morte di Dio, anche a causa della scienza che ha allontanato la terra dal suo sole.

“Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che ci si muove ora? […] Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare?”

Ma davvero per i credenti scoprire che esistono altre vite oltre alla nostra nell’immensità dell’universo, porterebbe a mettere in discussione la creazione? Forse era stata data qualche indicazione sul limite di ciò che era stato creato?

Siamo davvero ancora schiavi di un antropocentrismo imperante?

Una lezione dal passato:

Forse, in fondo, basterebbe ascoltare chi già ci è passato. Chi già ha vissuto l’apertura di uno spazio immenso attorno a sé, spazio fino ad allora creduto chiuso in confini ben definiti. Chi già si era visto deturpato da quel luogo di centralità nell’universo. In tempi molto meno concilianti dei nostri.

E che nonostante tutto ha combattuto e creduto nella forza della ragione, anche se ciò significava abbandonare vecchie certezze. Per avere solamente nuove domande.

È Galilei stesso ad affermare che se c’è una linea che possa delimitare gli ambiti della scienza e della religione, è che quest’ultima ha il compito di insegnarci come si vadia al cielo e non come vadia il cielo. Questo è compito della scienza.

Caterina Simoncello

 

 

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