Nativi americani in collegio: l’incubo della scuola statunitense

Il 22 giugno la segretaria dell’interno statunitense Deb Haaland ha annunciato una nuova iniziativa per i nativi americani, la Federal Indian Boarding School Initiative. Con questa, la segretaria si propone di riportare alla luce la storia dei nativi americani, soprattutto gli orrori che questi hanno subito a causa del governo statunitense. In particolare, l’iniziativa si focalizza sull’esperienza dei nativi americani in collegio negli Stati Uniti. Si propone di raccogliere i dati disponibili ed i documenti storici in una relazione scritta, con particolare attenzione a cimiteri o eventuali luoghi di sepoltura.

Questa iniziativa, infatti, è nata a seguito della scoperta alla scuola residenziale indiana Kamloops in Canada di 215 tombe senza nome dal Tk’emlúps te Secwepemc First Nation.

Nativi americani in collegio: l’incubo

Quella delle scuole per nativi americani è una problematica che ha afflitto e affligge sia il Canada che gli Stati Uniti. Queste scuole, infatti, erano un incubo per gli studenti aborigeni, che si vedevano derubati della loro lingua, cultura, dei loro vestiti tradizionali. La stessa segretaria Deb Haaland, nativa americana, racconta la storia della sua famiglia nei collegi statunitensi.

La filosofia di questi collegi era “uccidi l’indiano, salva l’uomo”. I nativi americani erano visti come uomini primitivi, da estirpare dall’ambiente selvaggio nel quale vivevano per crescerli nella cultura bianca americana. Molti venivano rapiti dalle proprie famiglie, nonostante queste tentassero di impedirlo, e portati in questi collegi lontani da casa dove venivano “rieducati”. Lo stesso è successo ai nonni materni della segretaria Haaland, rapiti all’età di 8 anni. Un prete radunò i bambini del villaggio della nonna e li mise su un treno. Molti non tornarono fino ai 13 anni. E per questi innocenti gli abusi fisici erano all’ordine del giorno: parlare la lingua nativa, recitare una preghiera non cristiana o seguire tradizioni della tribù voleva dire essere picchiati.

Storie di nativi dimenticati

Dzabahe racconta al Times di come al collegio le proibivano di parlare la lingua navajo, e che le tagliarono i lunghi capelli, un taboo nella cultura navajo. Le buttarono i mocassini tipici della cultura navajo e la gonna di pelle che la madre le aveva cucito, sostituita da un vestito. Le tolsero anche il nome, rimpiazzato da un nome più americano.



Norman Lopez ricorda ancora vividamente le punizioni che gli venivano assegnate in collegio. Sedeva in un angolino in silenzio, e se provava ad alzarsi, l’insegnante lo scaraventava contro il muro. Poi lo faceva rialzare per lanciarlo a terra a testa in giù. Tutto questo dall’età di 6 anni.

C’è un altro episodio che gli ha insegnato a subire in silenzio ma allo stesso tempo a resistere e lottare. Il nonno gli aveva insegnato ad intagliare flauti dai rami dei cedri, e Norman aveva deciso di portare un flauto a scuola. L’insegnante lo distrusse e glielo gettò. Nonostante ciò, Norman sapeva quanto fossero importanti i flauti e la sua musica nativa, non ha mai dimenticato che “Dio parla attraverso l’aria”. Norman intaglia ancora e suona il suo amato flauto.

Ricordare per evitare che accada di nuovo

Sono innumerevoli le storie di sopravvissuti che raccontano degli abusi subiti, non solo fisici ma soprattutto psicologici. Purtroppo, sono altrettanti i numeri di nativi che non sono più qui per raccontare la loro di storia. È per loro che dobbiamo riportare alla luce questo genocidio culturale, e anche per tutti coloro che, come gli uiguri in Cina, si trovano ancora oggi in campi di “rieducazione”.

Elisa Pinesich

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