Nave Diciotti. Qual è la colpa dei 27 minori non accompagnati?

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La nave Diciotti è ferma dal 20 agosto al porto di Catania, con 150 migranti al bordo, oltre ai 27 minori non accompagnati che solo ieri sera sono sbarcati, dopo il via libera del Viminale. Mentre prosegue il dibattito politico in merito alla vicenda che riguarda soprattutto la gestione dei flussi migratori da parte dell’Italia e dei paesi membri dell’Unione Europea, la salute e il futuro dei minori accompagnati passano in secondo piano.




Ma quali sono, in realtà, le condizioni di salute dei 27 minori scesi dalla nave Diciotti? A chiarire il quadro clinico è la portavoce di Save The Children, Giovanna Di Benedetto, che su Twitter chiarisce come: “Nonostante il grande supporto della Guardia Costiera, molti sono fortemente deprivati, rimasti anche 3 anni nei centri libici, al buio per mesi, pure con segni di ferite da arma da fuoco”.

La testimonianza che forse più di tutte racconta le condizioni estreme vissute dai migranti, che si ripercuotono ancora di più sui più piccoli, è quella di un’operatrice dell’Ong Terre des hommes, presente durante lo sbarco dalla nave Diciotti dei 27 minori non accompagnati.




Abbiamo accolto 27 scheletrini, il più magro sarà stato un pò più basso di me e sarà pesato una trentina di chili, la gamba con lo stesso diametro del mio polso. Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno era tutto e solo orecchie”.

“Abbiamo accolto 27 scheletrini – continua- uno non riusciva a camminare perché era pieno di dolori. Abbiamo accolto 27 scheletrini, tre avevano delle bende lerce al polso, al piede e al braccio sparato”. Ma l’operatrice non ha solo riportato le pessime condizioni fisiche in cui erano ridotti i minori presenti sulla nave Diciotti, ma ha voluto anche precisare l’impatto emotivo e le difficoltà che molto spesso riscontra chi lavora con le Ong. “Mentre li guardavo, seduti a terra e delimitati da transenne, mi sentivo la ricca e bianca signora europea che si reca la domenica pomeriggio allo zoo umano, così, per vedere l’effetto che fa”.

Il mio è un lavoro fatto di parole, come gli essere umani. Ieri sera – prosegue l’operatrice- eravamo in grosse difficoltà con la lingua, i fanciulli erano tutti eritrei tranne una ragazzina somala. Il mediatore non era potuto essere presente”.

In questi ultimi mesi l’opinione pubblica e il dibattito politico si sono spesso interrogati sul come diminuire o fermare del tutto i flussi migratori e forse le parole di chi davvero opera in prima persona, nell’accoglienza dei migranti, possono fornire un ulteriore punto di vista in merito alla questione: “A volte non restava che guardarci, domandarci con gli occhi ‘Ma quindi come va, come ti senti?’. ‘Ma tu chi sei? Perché mi guardi? Che vorresti dirmi?”. E mentre ci scambiavamo questi sguardi io pensavo, a dispetto della incredibile magrezza, della scabbia, delle orecchie a sventola, dei capelli arruffati di salsedine, delle bende lerce, del braccio sparato… pensavo che erano proprio belli”.




Mi ripetevo questo, Che belli che siete, e posso solo immaginare la mia faccia inebetita di fronte a tanta resilienza e, soprattutto, al permanere della capacità di fidarsi dell’altro. E in quei frangenti mi sono chiesta perché così tante persone siano arrabbiate e di cosa abbiano paura. Di due occhi che ti sorridono? Di due orecchie a sventola enormi? Di quattro ricci arruffati? Forse, del fatto che loro hanno perso la capacità di fidarsi dell’altro, forse perché non ce l’hanno mai avuta?”.

A prescindere dai propri orientamenti politici, è indubbio che sia disumano lasciare per giorni degli esseri umani (tra cui minori) sotto il sole e la pioggia, in balia delle onde, di scontri e compromessi istituzionali nazionali e internazionali. Si può garantire la sicurezza nazionale senza però perdere di vista il rispetto della dignità umana.

Dorotea Di Grazia

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