Sequestrata dalla Procura di Catania la nave della ONG ProActiva Open Arms

La nave della ONG spagnola ProActiva Open Arms, ormeggiata nel porto di Pozzallo, si trova sotto sequestro da parte della procura di Catania. L’accusa contestata al Comandante e al coordinatore della nave, nonché al responsabile della ONG, è associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. I primi due sono già stati interrogati due volte, per diverse ore, e hanno fornito volontariamente tutte le registrazioni dei salvataggi di giovedì 15 marzo 2018.A questa data risale infatti l’episodio che ha portato il Procuratore di Catania Zuccaro ad aprire l’indagine a carico dei membri della ONG.

I fatti

La mattina del 15 marzo 2018 la Guardia Costiera Italiana chiede alla nave di rispondere a una richiesta di soccorso. La richiesta riguarda un gommone in difficoltà in acque internazionali, con diverse persone a bordo e alcune già in mare. Al termine dei soccorsi, i libici chiedono via radio che le persone appena salvate vengano loro consegnate, ma l’equipaggio rifiuta. Nel pomeriggio, nel corso di un altro salvataggio, una motovedetta libica si pone d’intralcio e minaccia di sparare sull’equipaggio. La richiesta è sempre la stessa: pretendono la consegna dei naufraghi. Ma i volontari sanno bene a cosa andrebbero incontro quelle persone, tra cui donne e bambini, se accettassero. Così rifiutano di nuovo e hanno la meglio solo al termine di un lungo inseguimento.

Due giorni di tira e molla

Alla fine, la nave della ONG fa rotta verso Lampedusa con 218 persone a bordo, alcune con necessità urgenti di cure. Tra queste una neonata. L’Italia nega però l’attracco, cosa che fa anche Malta che permette almeno l’evacuazione della neonata con la sua mamma. Dopo due giorni una formale richiesta della Spagna consente l’attracco a Pozzallo. La Guardia Costiera Italiana afferma che il coordinamento delle operazioni di soccorso faceva capo ai libici. Conferma, inoltre, che spettava al governo spagnolo chiedere formalmente all’Italia il permesso di far approdare la nave, inaugurando una prassi inedita.

Libia e diritti violati

Secondo Amnesty International l’inchiesta catanese mostrerebbe una pericolosa indifferenza per la decenza comune. L’Organizzazione aveva denunciato lo scorso dicembre le molteplici violazioni dei diritti umani perpetrate in Libia ai danni dei migranti. Lo ha fatto nel rapporto Libia: un oscuro intreccio di collusione, nel quale chiama in causa anche le responsabilità dei governi europei. Essi sarebbero infatti colpevoli non solo di non impedire tali violazioni, ma anche di sostenerle attivamente attraverso gli accordi con le autorità libiche. Nel rapporto si dice che il principale mezzo di controllo dell’immigrazione in Libia sia la detenzione di massa, arbitraria e a tempo indeterminato. Nei sovraffollati centri di detenzione la tortura è la regola. Lo sono anche lo sfruttamento e i lavori forzati.

Mi picchiavano con un tubo di gomma perché volevano i soldi per rilasciarmi. Telefonavano ai miei a casa mentre mi picchiavano, per costringerli a mandare i soldi.

Un uomo del Gambia detenuto per tre mesi ha raccontato della fame e delle percosse.

La Guardia Costiera libica

Il rapporto parla anche di complesso sistema di estorsione che vede coinvolti i trafficanti, le guardie carcerarie e i guardia-costa libici. Prima le guardie carcerarie estorcerebbero soldi alle famiglie, per poi consegnare la persona liberata ai trafficanti. Questi si servirebbero di imbarcazioni riconoscibili dai guardia-costa, che le lascerebbero passare verso l’Europa. Lo stesso rapporto fa riferimento anche alla abituale condotta intimidatoria della Guardia Costiera libica nei confronti delle ONG.

Immagini filmate, fotografie e documenti esaminati da Amnesty International mostrano una nave donata dall’Italia nell’aprile 2017, la Ras Jadir, protagonista di un’operazione sconsiderata che nel novembre 2017 ha causato l’annegamento di un numero imprecisato di persone. Ignorando i più elementari protocolli, la Ras Jadir ha avvicinato un gommone in avaria a circa 30 miglia nautiche dalle coste libiche. Non ha lanciato in acqua gli scafi semirigidi di salvataggio per facilitare i soccorsi, costringendo i naufraghi ad arrampicarsi sugli alti bordi della nave, col risultato che molti sono finiti in acqua. La Sea-Watch 3, una nave di una Ong che era nelle vicinanze, si è diretta verso la zona mettendo in azione gli scafi di salvataggio. Come mostrano le immagini, a quel punto il personale a bordo della Ras Jadir ha iniziato a lanciare oggetti costringendo gli scafi ad allontanarsi. Altre immagini mostrano persone già a bordo della Ras Jadir venir colpite con una corda ed altre gettarsi in mare per cercare di raggiungere gli scafi della Sea-Watch 3.

Amnesty International




Il principio di non respingimento

In questo contesto, che vede la Libia come un Paese in piena guerra civile, privo di una legislazione che riconosca la figura del “Rifugiato” e privo della volontà di riconoscere e tutelare i diritti umani fondamentali, può considerarsi legittimo il rifiuto dell’equipaggio della nave spagnola di consegnare i naufraghi? Secondo l’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) sì. L’Associazione, esprimendo sconcerto per il sequestro, afferma che nessun accordo e nessuna norma possano violare gli obblighi derivanti dal diritto internazionale in materia di rifugiati. Obblighi tra cui figura il principio di non respingimento che secondo l’ASGI sarebbe stato violato se i naufraghi fossero stati ceduti ai libici. Questo perché nessun porto libico può considerarsi sicuro, proprio per via delle condizioni disumane e delle violenze sistematiche a cui i cittadini di Paesi terzi vanno incontro nel Paese.

Michela Alfano

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