Nei sogni cominciano le responsabilità: siamo pronti ad assumercele?

Un richiamo dalla realtà

Non molti mesi fa, frugando in libreria, mi è capitato tra le mani, quasi per incanto, questo titolo: “Nei sogni cominciano le responsabilità”. Il volume era di Delmore Schwartz, narratore americano a cui Lou Reed dedicò la sua “European son”.

Lessi velocemente trama e biografia dell’autore e senza sfogliarlo corsi ad acquistarlo. Non avevo la minima idea di che cosa trattasse il libro. La mia attenzione era stata rapita, completamente stregata dalla frase di quel titolo. L’avvertivo come un consapevole consuntivo sulla vita e i desideri e al tempo stesso come una specie di cinica osservazione. Lo divorai in poche ore.

Una storia profonda e di forte carica emotiva, dove un ragazzo assiste per incanto ad un film sul primo incontro dei suoi genitori e sulla realtà che li avvolge, fatta di personalità tanto vulnerabili quanto pretenziose. Una storia attuale oggi più di prima.

Due parole da non separare

Eppure, terminata la lettura, c’era qualcosa di irrisolto in me, qualcosa che faceva riecheggiare quelle parole, sogno e responsabilità. Pensavo a tante sere passate con gli amici a parlare del futuro, dell’amore o, ancora, del più primitivo ed incommensurabile dei desideri: essere felici.

Insomma, non erano stati solo i racconti di personaggi incapaci di fare le loro scelte a turbarmi, quanto il fatto, che se riferite alla nostra epoca, questi due termini vicini, suonano tanto veri da sembrare un controsenso. Il sogno, inteso come quel desiderio in grado di colmare i nostri vuoti d’animo, e la responsabilità, un impegno, qualcosa di cui dover rendere conto, prima di tutto a se stessi.

Come scrive Morin, se “la prima difficoltà di pensare il futuro è pensare il presente”, allora forse dovremmo iniziare a chiederci dove vorremmo essere oggi, prima ancora che domani.

Siamo davvero liberi di scegliere?

Le pubblicità e i social media ci spingono ad indossare le vesti di chiunque scegliendo chi essere invece di scoprirlo nel tempo. Si arriva così, al punto in cui le volontà e i desideri non sono più i nostri ma quelli degli altri.

Da tempo filosofi e scrittori si interrogano su come il mondo esterno influenzi le nostre scelte: Elliot, Pirandello, Cederstrom, Bourdieu, e molti ancora. Desideriamo ciò che crediamo ci corrisponda sulla base dei trend o della Tv, senza chiederci cosa centri effettivamente con noi.

Dal Secondo Dopoguerra ad oggi, con l’aumento del benessere e l’avvento dell’american dream, essere felici equivale ad accumulare successi. La prima strategia attuata dalle aziende pubblicitarie è proprio quella di far coincidere questo ideale con la fama o il possesso di beni. La seconda è invece più subdola, e insiste sul fatto che i primi responsabili e artefici della nostra felicità siamo noi.

L’industria della felicità

E’ quello che in maniera più precisa William Davies chiama “L’industria della felicità”.  Il mondo del benessere, infatti, ci sprona ad essere sempre positivamente produttivi e stigmatizzando i fallimenti. Per ritrovarci poi, in molti casi, insoddisfatti o depressi.

Ritengo che sia necessario, per amor di noi stessi, non limitarci ad una visione di ricchezza prettamente materialistica. Non c’è oggetto materiale né moneta che possa riempire quella mancanza comune al cuore di tutti: quella sete inappagabile di soddisfazione, di infinito, di pienezza.

Fu lo stesso Morin a scrivere, che

“La concezione di felicità tipica della cultura di massa, […], può essere detta consumatrice nel senso più largo del termine, vale a dire che essa spinge, non solo al consumo dei prodotti, ma al consumo della vita stessa”.

Calmare la nevrosi

Siamo così coinvolti da quest’ansia generale di protagonismo, che spesso e volentieri abbiamo il timore di perseguire le nostre scelte. Forse, ciò che temiamo davvero è il confronto con noi stessi, con i nostri limiti e dunque con le nostre possibilità reali. Siamo così presi dalla fretta di fare, che non abbiamo più il tempo di fermarci un secondo a riflettere su ciò che vogliamo.

Citando Recalcati, vi è una “sofferenza nevrotica data dal fatto che il soggetto non si impegna a realizzare il proprio desiderio, ma quello degli altri”. Non sei più responsabile di ciò che desideri davvero ma di ciò che è conveniente sulle base delle scelte che altri hanno imposto.

Un atto d’amore

Dunque, in una società che misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta, cosa significa sognare responsabilmente oggi? Amare ciò che si desidera e non solo un’idea, verificando quanto il nostro desiderio centri con noi e non con le influenze sociali. Tuttavia è indispensabile instaurare con le stesse un sano rapporto di confronto ma non di sostituzione.

Oggi vi è bisogno di coltivare la propria autenticità a favore di una comunità in grado di creare nuovi stimoli di crescita collettiva. Sarebbe utile, al riguardo, domandarsi che tipo di ricchezza interiore e duratura otterremmo dal perseguire un certo obiettivo. Solo così il sogno non si ridurrà a somnium, cioè a qualcosa di cui non si è affatto consapevoli.

Il viaggio prima della meta

Viviamo in un tempo che “preferisce l’immagine alla cosa […], l’apparenza all’essere e dove ciò che per esso è sacro, non è che l’illusione, ma ciò che è profano, è la verità” (Debord).

Credo, allora, che la responsabilità sia proprio quella di assumersi un impegno verso i propri desideri e ciò che li ha determinati. E’ indispensabile godere del percorso prima ancora dell’esito, perché è nel viaggio che scopriamo chi siamo e le cose di cui abbiamo bisogno. Solo in questo modo diventeremo, presto o tardi, sceneggiatori e protagonisti del nostro destino invece che restare passivi spettatori di qualcosa che ci accade intorno. 

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