Neuroni a specchio: una rete che ci permette di comunicare

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Si dice che i neuroni a specchio siano la base biologica del comportamento sociale.

È un’affermazione audace, ma vedremo quanto pertinente. Come approfondiremo più dettagliatamente in seguito, i neuroni a specchio sono i principali artefici dei meccanismi di emulazione; per il momento, soffermiamoci proprio su questo concetto, e su quanto sia centrale nelle dinamiche umane, sia da un punto di vista scientifico che sociale.

Emulazione: potrebbe essere il principio base dello sviluppo delle nostre capacità?

Pensiamoci un attimo: se vogliamo imparare qualcosa che è per noi nuovo, facciamo riferimento a dei modelli precedenti e ci confrontiamo con l’esperienza di qualcuno che sappia già fare quello che vogliamo imparare.  Osserviamo, interiorizziamo, proviamo. Una volta appreso il modello, ci avviamo verso un’autonomia produttiva che si allontana dal modello per inserirne all’interno variabili scelte arbitrariamente. Partendo da questo dato di fatto, è piuttosto facile giungere alla conclusione che molte delle nostre capacità si sviluppino sulla base dell’esempio, dell’emulazione.

Questo vale sia per i comportamenti sociali, che per le attitudini cognitive, prima tra tutte il linguaggio. È importante sottolineare quella che potrebbe sembrare una banalità: il linguaggio non è esclusivamente testuale, ma è fatto anche di gestualità, e anche il linguaggio verbale ha una sua fisicità. Il fatto che, essendo adulti, non ci soffermiamo ad osservare i movimenti della bocca per pronunciare un determinato fonema, non implica che non lo abbiamo fatto da piccoli. Allo stesso modo, abbiamo osservato, e continuiamo a farlo, le espressioni facciali delle persone con le quali interagiamo. Questo ci permette di percepirne lo stato emotivo, e attraverso la comprensione, di condividerle.

In pratica, se riusciamo a parlare, provare sentimenti ed emozioni, a interagire con i nostri simili, è solo grazie all’emulazione e all’empatia



Anche negli anni ’80 l’azienda propose nuovi modelli, cercando di rinnovare costantemente la propria proposta commerciale.

Senza tutto questo, saremmo dei sistemi isolati, punti distanti tra loro. Non esisterebbero il linguaggio, la comunicazione in senso generale, e saremmo pressoché incapaci di sviluppare intelligenza sociale ed emotiva. Ma non riusciremmo nemmeno a intuire le intenzioni del prossimo. Questi sono tutti requisiti indispensabili alla sopravvivenza della nostra specie. Ma come è possibile, questo miracolo comunicativo, questo gioco di riflessi tra l’io e l’altro?

La risposta è semplice, e l’avevamo già suggerita: neuroni a specchio. Ma cosa sono esattamente, queste cellule, e perché sono tanto speciali?

La loro scoperta risale al 1996 ed è il risultato delle ricerche di Giacomo Rizzolatti e un gruppo di neurofisiologi italiani. Sono cellule nervose che si trovano nell’area di Broca, che occupa la regione frontale dell’emisfero sinistro del cervello, e si attivano quando vediamo compiere un’azione; non ne pianificano una autonoma, ma interiorizzano e rispecchiano un movimento altrui, come se lo proiettassero a livello cerebrale e lo immagazzinassero per comprenderlo, immagazzinarlo e, all’occasione, riprodurlo. Questo vale sia per le informazioni socio-comportamentali che per quelle legate ai gesti fonetici. Alla luce di questo, sarebbero dunque queste piccolissime cellule a rendere possibile il miracolo della comunicazione. Solo i neuroni a specchio sono capaci di svolgere questa fondamentale funzione, sono uniche nel loro genere.

Ma cosa succede, se qualcosa non funziona?

Sono molti gli studi che ricollegano l’autismo ad un malfunzionamento di queste cellule; malfunzionamento che ha come conseguenze – a vari livelli di rilevanza – l’incapacità di instaurare relazioni normali, la tendenza ad assumere comportamenti  ripetitivi, e anche anomalie e ritardi nello sviluppo linguistico. Coloro che sono affetti da autismo, infatti, possono avere tempistiche lunghe per quanto riguarda lo sviluppo del linguaggio – alcuni bambini sono in grado di pronunciare la prima sillaba a otto anni – , o non riuscire proprio ad apprenderlo.

Ci sono ancora molti aspetti affascinanti che vale la pena di approfondire, molte domande che non conoscono ancora risposta, e sicuramente ci sono ancora tante cose che devono essere scoperte, ma gli elementi che abbiamo raccolto fin’ora, sono senza dubbio sufficienti ad avvalorare l’idea che siano davvero la base biologica del comportamento sociale, e questa consapevolezza può darci degli strumenti in più per aiutarci a capire come funzionano il nostro microcosmo e macrocosmo.

Sofia Dora Chilleri

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