Nicola Gratteri: Tutti gli attentati per uccidere il Procuratore

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Ripercorriamo negli anni i vari piani di eliminazione, progettati dalle ‘ndrine ai danni del capo dell’ufficio requirente di Catanzaro

28 Mag. – Nicola Gratteri, nato nel 1958 a Gerace (comune del reggino, nell’Aspromonte), a 64 anni è il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, in carica dal 2016. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza all’Università di Catania, laureandosi in quattro anni ed entrando in magistratura due anni dopo. Da sempre in prima linea contro la ‘ndrangheta, vive sotto scorta dall’aprile del 1989, dopo che la sua prima indagine aveva provocato le dimissioni dell’assessore alla Forestazione e fatto cadere la Giunta regionale calabrese: le prime minacce, infatti, non tardano ad arrivare, insieme alle lettere minatorie. Contro l’abitazione della fidanzata vengono esplosi alcuni colpi di pistola e le dicono che sta per sposare “un uomo morto”. Da lì in poi, la vita del magistrato cambierà per sempre e la sua libertà personale sarà segnata da numerose privazioni. Eppure, il pubblico ministero di Catanzaro non ha mai lasciato intravedere nemmeno uno spiraglio di cedimento, tutto in nome della sua terra, la Calabria, che non abbandonerà mai. Ripercorriamo insieme tutti i progetti di attentato ai danni del Super-Procuratore dall’89, fino al più recente, teorizzato l’anno corrente, dalle ‘ndrine del vibonese e non solo.

2005 – Mai più sonni tranquilli

Nel giugno 2005, due ndranghetisti vengono intercettati mentre discutono nel carcere di Melfi su come farlo saltare in aria assieme alla sua scorta. Il 21 dello stesso mese, il ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) dei Carabinieri scopre nella piana di Gioia Tauro un arsenale di armi (un chilo di plastico con detonatore, lanciarazzi, kalašnikov, bombe a mano). Solo un anno prima, il Sismi aveva segnalato il rischio di un attacco al magistrato di Reggio Calabria e per questo motivo la sua scorta era stata potenziata.

2016 – Famiglie e (poco) onore

È il 13 gennaio 2016, un qualsiasi mercoledì di inizio anno, quando due persone suonano al campanello della residenza del figlio dell’allora Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, presentandosi come agenti di polizia (Il Corpo delle forze dell’ordine che cura proprio la scorta del magistrato). Subito dopo aver aperto il portone principale del condominio in cui dimora, il giovane universitario figlio di Gratteri nota, però, che i due non indossano divise della polizia, bensì dei passamontagna e chiude prontamente la porta, non prima di aver visto gli stessi individui scappare giù per le scale dopo essere giunti sul pianerottolo, forse resisi conto della presenza di un cancello metallico a bloccare l’ingresso dell’appartamento. Dalla verifica delle immagini delle telecamere di sorveglianza presenti, non emergerà nulla di utile per gli investigatori (carabinieri e Procura di Messina, dove studiava all’epoca il familiare del Pubblico Ministero – pm), ma l’ipotesi dominante è che possa essersi trattato di un subdolo avvertimento da parte delle cosche. Il giovane viene messo sotto tutela e la scorta del procuratore rafforzata. Il 21 aprile dello stesso anno, il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), a larga maggioranza, nominerà Nicola Gratteri Procuratore di Catanzaro con pratica d’urgenza, al posto di Antonio Lombardo, andato in pensione. Più tardi (nel 2020), sarà il collaboratore di giustizia Maurizio Maviglia (Detto “Lupin”) a svelare ulteriori dettagli e a confermare il piano ai danni del pm e di uno dei suoi figli, nel corso dell’udienza del maxiprocesso “Banco Nuovo-Cumps”. Recentemente, nel 2021, un nuovo collaboratore della famiglia dei Cataldo, Antonio (condannato in rito abbreviato a otto anni per il processo “Mandamento Ionico”), avrebbe parlato di diversi piani per ledere al giovane, in programma tra le ‘ndrine già dal 2013 e del quale sarebbe venuto a conoscenza durante le conversazioni avute nelle ore d’aria in carcere con Guido Brusaferri (altro esponente della ‘ndrangheta locrese). Tra le modalità ipotizzate per uccidere, riferirà Antonio Cataldo, spiccava quella di simulare un incidente stradale.

2019 – La “Malapianta”

A gennaio, viene ulteriormente rafforzata la scorta del giudice. Allo stesso tempo, vengono sigillati i tombini e bonificate le cassette del gas e dell’elettricità intorno all’area della Procura di Catanzaro, dove il pm trascorre praticamente tutta la sua giornata. Il 29 maggio 2019, l’operazione “Malapianta” porta al fermo di 35 persone nel crotonese. In un passo delle intercettazioni telefoniche del figlio del boss di San Leonardo di Cutro (Crotone) Alfonso Mannolo, Remo Mannolo parlerà così del Procuratore di Catanzaro ai suoi compagni di cosca: “Però te la posso dire una cosa, io sono convinto che lui ne fa arrestare di cristiani però nella mente sua… (ride)… uaglio’ uno di questi… uno… na botta… uno di questi è ad alto rischio ogni secondo! Un morto che cammina! – in riferimento al giudice ucciso da Cosa Nostra, Giovanni Falcone – Ma lui lo ha detto. Pare che non lo ha detto! Io lo so che cammino con la morte sempre sulle spalle, Eh – citando lo stesso Gratteri – Falcone come è stato. Quando ha superato il limite, se lo sono cacciato!”. I boss poi, durante la conversazione, maledicono i mafiosi che hanno scelto di collaborare definendo la loro decisione come “vergognosa”, per poi soffermarsi sul luogo di domicilio del magistrato, celato per ovvi motivi di sicurezza: “Ma questo dove abita…? A Catanzaro? Ma questo ha tutti posti segreti. Così! Vabbè volendo. Lo scoprono!”. Una frase allarmante, seppure sarà ben specificato dal fermo di indiziato di delitto che: “non contemplava alcuna concreta progettazione, né tanto meno costituiva prova di una concertazione volta a pianificare un attentato nei confronti del procuratore Gratteri”. Curioso un passaggio delle stesse intercettazioni, in cui Remo Mannolo afferma che se tocca altri politici della zona se lo cacciano… lo avevano promosso apposta per cacciarlo.

Gennaio 2020 – Un morto che cammina

Strettamente legata a “Malapianta”, la quale ha inferto un duro colpo ai clan di San Lorenzo di Cutro e Siderno, gli inquirenti della successiva operazione “Infectio” (svolta dalla procura di Catanzaro e Reggio Calabria coordinate da Gratteri), il 12 dicembre del 2019 portano alla luce come “materiale ad alto interesse probatorio” un’altra conversazione, questa volta tra Antonio Ribecco, ritenuto il referente del boss Cosimo Commisso, e suo fratello Natale, entrambi arrivati a Perugia da Cutro nel maggio del 2017: “Li piglia tutti – commentava Antonio – però… però quattro o cinque anni fa… l’hanno fallito… stava andando a Crotone… per lui avevano trovato pure i cosi… o si sono spaventati…”, lasciando intendere che un ulteriore piano per assassinare il Procuratore, era in procinto di essere messo in atto tra 2014 e il 2015. Natale Ribecco risponderà “questo se non lo fermano li piglia tutti”. Dalle intercettazioni si evince anche che il magistrato è tenuto sotto osservazione dai clan. “È stato in America, le indagini sono partite da lì, dall’America… per andare in Colombia… ma perché li hanno presi a tutti di quelle zone di Reggio Calabria, tutti lui li ha fatti prendere… Gratteri. E adesso è passato dalle parti di Crotone… di Catanzaro”. Non è finita, l’inchiesta chiamata “Rinascita-Scott” (di cui parleremo a breve) scoperchia un vero e proprio vaso di Pandora ed i boss avrebbero già assoldato un killer per un nuovo atto omicida. Conseguenza? Il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato in prefettura a Catanzaro nella mattina del 22 gennaio 2020, dispone che vengano utilizzati Suv corazzati invece di semplici auto blindate, che la sorveglianza venga rafforzata, che i percorsi per lo spostamento del pm vengano pianificati con attenzione, e che il dispositivo di protezione attorno la sua figura venga aumentato. Inoltre, in via precauzionale, tutti gli impegni in luoghi o situazioni potenzialmente pericolose vengono ridotti ai minimi termini. La situazione è diversa dagli anni precedenti: a pochi mesi di distanza dalle conversazioni (intercettate) dei membri della cosca di San Leonardo di Cutro, i quali lo definivano “un uomo morto che cammina” che “farà la fine di Falcone”, non sono solo le ‘ndrine a progettare un attentato in grande stile, bensì un intero sistema di potere, tenuto in piedi da un sodalizio tra boss locali, massoneria deviata e colletti bianchi, ramificato in ogni ambito, dalla politica alla magistratura, che ha compreso di essere sotto l’attacco incrociato delle due procure antimafia calabresi, quella di Reggio e quella di Catanzaro che ormai grazie al magistrato lavorano in stretta sinergia. Tale minaccia viene giudicata credibile dallo stesso comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, tanto che già il 18 gennaio, durante la manifestazione organizzata davanti alla Procura proprio per esprimere solidarietà a Gratteri, le misure di sicurezza sono già ai massimi livelli, con cecchini sui tetti pronti a intervenire ed elicotteri in cielo a sorvegliare l’area. Nonostante tutto, oltre duemila persone saranno presenti a testimoniare che grazie all’operato di Gratteri e la sua squadra, agli agenti dei comandi del posto e tutte quelle persone che danno credibilità ad uno Stato degno di tale nome, la malavita organizzata locale sta registrando una considerevole perdita di consensi. Ed è forse per questo che il mondo di mezzo, il quale per anni ha barattato favori e soldi con alcuni esponenti delle istituzioni in cambio di ignavia, sta cercando di ristabilire platealmente il suo potere.

Giugno 2020 – L’infestazione va contenuta

È il 19 dicembre 2019: neanche il tempo di chiudere il cerchio introno agli inquisiti delle inchieste “Malapianta” e “Infectio” (che porteranno, nel 2022 a diciannove condanne definitive per associazione mafiosa, estorsione, usura, riciclaggio, minacce, violenza privata, traffico di stupefacenti, per un totale di oltre 143 anni di carcere agli affiliati delle cosche Cutro, Mannolo, Zoffreo, Falcone, Trapasso) che l’ennesima inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia (dda) di Catanzaro a guida Gratteri solleva il velo che occulta quella che per la prima volta viene identificata come una vera a propria organizzazione semi-verticale sul territorio calabrese, con numerose ramificazioni in Italia e all’estero e con infiltrazioni a più livelli tra logge massoniche, rappresentati del mondo politico e dell’imprenditoria locale. Per la prima volta, viene efficacemente dimostrato un parallelismo strutturale tra l’organizzazione della Ndrangheta e quella più rigida di Cosa Nostra (la storica organizzazione mafiosa siciliana). Questa volta, il Super-Procuratore ha fatto il colpo grosso: 334 arresti tra uomini delle famiglie del vibonese (collegati al clan Mancuso, di Limbadi), del reggino e della locride, politici e industriali, di cui 260 in carcere e 70 ai domiciliari. Altri 82 finiscono sotto inchiesta per un totale di 416 persone coinvolte nel maxi-blitz, che alla chiusura delle indagini preliminari salgono a 479. Tra gli arrestati, un ex parlamentare di Forza Italia, l’avvocato Giancarlo Pittelli, più un altro legale, quello dell’uomo dei Mancuso Giuseppe Zinnà (salito agli onori della cronaca per essere stato trovato alla frontiera con la Svizzera con un assegno da cento milioni di euro e indagato per riciclaggio) Francesco Stilo, il sindaco di Vibo Pizzo e presidente della sede regionale dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (anci) Gianluca Callipo, l’ex consigliere regionale Pietro Giamborino (entrambi nell’orbita del centrodestra), l’impiegato del Tribunale di Vibo Valentia, Danilo Tripodi, più una serie di altri professionisti dello stesso Tribunale. Ai domiciliari finiscono, tra i tanti, l’ex assessore regionale del Pd, Nicola Adamo, accusato di traffico di influenze, il consulente del governatore Mario Oliverio ed ex commissario liquidatore di Sorical, (azienda che gestisce l’erogazione dell’acqua in Calabria) Luigi Incarnato, numero uno dei socialisti locali, ma anche l’ex assessore comunale all’Ambiente di Vibo Vincenzo De Filippis, già esponente del Movimento Sociale Italiano (Msi) e di Alleanza Nazionale (AN), il comandante della polizia municipale di Pizzo Enrico Caria, il dirigente del settore urbanistica del Comune di Vibo Valentia Filippo Nesci, nonché l’ex comandante del reparto operativo dei carabinieri di Catanzaro Giorgio Naselli, accusato di rivelazione di segreto d’ufficio insieme ad un maresciallo della Guardia di Finanza già in servizio presso la sezione operativa della Direzione investigativa antimafia (dia) di Catanzaro, Michele Marinaro, anche lui accusato di fornire in maniera sistematica notizie sulle attività investigative, tramite Pittelli, ai vertici dell’organizzazione criminale. Coinvolti anche noti imprenditori come Antonio Prestia, titolare di una nota ditta di costruzioni, Gianfranco Ferrante del settore ristorazione, Mario Artusa del settore abbigliamento, Francesco e Carmelita Isolabella di Pizzo Calabro. Un bel po’ i soggetti incriminati, per i quali sarà necessario mobilitare Oltre duemilacinquecento uomini del Ros dei carabinieri e del comando provinciale di Vibo Valentia, supportati anche da unità del Gruppo Intervento Speciale (Gis), del Reggimento Paracadutisti, degli Squadroni Eliportati Cacciatori, dei reparti mobili e da mezzi aerei e unità cinofile, facendo scattare le manette in Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Sicilia, Puglia, Campania e Basilicata, ma anche all’estero, come in Germania, Svizzera e Bulgaria, in esecuzione di un mandato di arresto europeo emesso dall’autorità giudiziaria di Catanzaro. Il 30 giugno 2020, viene recapitata una lettera anonima alla Compagnia dei Carabinieri di Lagonegro, in provincia di Potenza, che descrive con una certa credibilità un nuovo progetto di attentato ai danni di Gratteri: sebbene non se ne conoscano i dettagli, la missiva riporta che la cosca dei Mancuso avrebbe incaricato un uomo di fiducia per portare a termine il piano omicida, studiato a Limbadi ed affidato ad un killer residente a Belvedere Marittimo (Cosenza). La Procura di Salerno, competente per le indagini che riguardano i magistrati del Distretto di Corte d’appello di Catanzaro, apre un fascicolo contro ignoti.

2022 – Halcones y palomas

4 maggio 2022, Nicola Gratteri, che aveva ormai rotto gli indugi sulla sua candidatura alla guida della Direzione Nazionale Antimafia (Dna), perde la corsa per essere eletto, ottenendo sette voti a fronte dei tredici ottenuti da Giovanni Melillo, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli. La decisione arriva direttamente da Palazzo dei Marescialli (sede del CSM), dove il plenum dell’organo di governo autonomo della magistratura ha votato e decretato la nomina del nuovo direttore. L’altro candidato, Giovanni Russo, ottiene cinque voti. Per il procuratore di Napoli votano i cinque consiglieri di Area (la corrente di sinistra dell’Anm), i due professori indicati dal M5S (Movimento5Stelle) Alberto Maria Benedetti e Filippo Donati, seguiti da Michele Cerabona, avvocato napoletano e consigliere laico in quota Forza Italia. A Melillo vanno anche le preferenze dei consiglieri di Unicost (la corrente di centro) e quelle dei due capi della Cassazione – il primo presidente Pietro Curzio e del Procuratore Generale (Pg) Giovanni Salvi. Per Gratteri, oltre ai consiglieri togati Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, votano anche i due togati di Autonomia&Indipendenza Giuseppe Marra e Ilaria Pepe, i laici in quota lega Stefano Cavanna ed Emanuele Basile e Fulvio Gigliotti, altro laico in orbita M5S. A Russo andranno i voti dei togati di Magistratura indipendente e quello di Alessio Lanzi, laico in quota Forza Italia. Agli occhi dell’opinione pubblica, la mancata nomina del PM di Catanzaro appare inevitabilmente come il frutto di logiche correntizie. Logiche da cui il CSM non si è mai del tutto liberato. Solo due giorni dopo, il 6 maggio, viene ripresa da tutti i giornali la notizia riportata in esclusiva dal Fatto Quotidiano, secondo cui i servizi segreti di un paese sud-americano (il pm ha numerosissimi contatti professionali di altissimo livello tra Colombia, Perù, Bolivia così come in Australia, Stati Uniti, Canada, Germania, Belgio, Olanda e Spagna), avrebbero inviato un’informativa secretata ai corrispettivi italiani, a seguito di intercettazioni riguardanti l’ennesimo progetto di attentato ai danni del Procuratore, che “si sarebbe dovuto consumare lungo il tragitto che collega l’abitazione del magistrato e il suo ufficio”, da Gerace a Catanzaro. La comunicazione risalirebbe alle settimane precedenti ed è rimasta, fino ad oggi, riservata ai soli ambienti investigativi. I soggetti intercettati e interessati al progetto criminale apparterrebbero alle famiglie di ‘ndrangheta più direttamente danneggiate negli ultimi anni dalle indagini di Gratteri (Mancuso in primis), non solo in Calabria ma anche con le loro ramificazioni in Sudamerica e negli Stati Uniti. I cittadini, appresa la notizia, hanno in programma due iniziative per il 13 ed il 23 maggio, rispettivamente un sit-in a Catanzaro e un flash-mob a Roma, per portare la propria solidarietà all’uomo dello Stato irraggiungibile che ha sempre lottato contro le famiglie criminali in tutti i loro tradizionali campi d’azione: il narcotraffico, il racket, i legami con la politica, la gestione di appalti e subappalti.

Roberto Abela

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