No-vax: non basta etichettarli come stupidi o ignoranti

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Nonostante le innumerevoli prove fornite da molti comparti della scienza, continuano le proteste dei no-vax .

Questa volta anche contro Beppe Grillo, che era stato un loro punto di riferimento. “Quando mai smetteranno?”, in molti si chiedono.

La scienza e gli scienziati, con le loro instancabili ricerche, scoperte e, soprattutto, applicazioni, hanno portato benefici quasi incalcolabili all’umanità. Basta lanciare uno sguardo al mondo che ci sta intorno e osservare, per esempio, i campi della comunicazione, dei trasporti, dell’ingegneria in generale. Ma l’esempio più significativo è la medicina: oggi noi raggiungiamo livelli di salute così alti – vivendo meglio e più a lungo – che possiamo quasi risultare la versione potenziata della specie umana di qualche secolo fa.

Eppure, dal sentire comune, emerge un sempre maggior sospetto verso la scienza medica ed il suo lavoro continuo sui nostri corpi. Il caso più eclatante è, naturalmente, costituito dal famigerato movimento no-vax , che seguita a raccogliere adepti nonostante le sue basi siano continuamente smentite.

Perché si genera questa incomprensione? La scienza può davvero permettersi di liquidare questo tipo di espressioni semplicemente appiccicandogli sopra l’etichetta di “stupidi e ignoranti”?

No-vax: biopotere e presunte conoscenze mediche

Da un lato, la medicina ha degli innegabili risvolti politici: quando il potere decide che è sua prerogativa irrobustire la vita, debellare le malattie, diminuire la mortalità ecc., lo fa arrivando a frugare nel corpo, inteso sia come corpo sociale sia come corpo individuale (è la cosiddetta biopolitica). In questo senso, i movimenti che si battono contro l’obbligo vaccinale potrebbero essere letti come una delle innumerevoli, eterne e controverse ribellioni al potere (e non alla medicina in quanto scienza). Chi può negare, infatti, che le “lotte” dei no-vax hanno il volto di chi vuole affermare il principio della propria libertà, contro ogni obbligo che discenda da un’autorità?

Spesso, però, abbiamo visto e sentito le loro tesi; e sono tesi che entrano nel merito della questione medica: nominano anticorpi, disquisiscono di molecole, citano studi e pubblicazioni. È qui che, per istintiva reazione, il medico che ha passato anni sui libri a studiare, seguiti da ancora più anni a sperimentare in laboratori, trasecola. Probabilmente scuote la testa sconsolato e irritato; e zittisce queste voci fastidiose chiudendo il giornale o spegnendo la TV. La sua professionalità, già formata, glielo impone.

Ma la comunità scientifica con i suoi canali ufficiali, quando si rivolge direttamente all’opinione pubblica, non può permettersi di avere la stessa reazione che ha il singolo scienziato nella solitudine del suo laboratorio quando, scoprendo dell’ennesima protesta no-vax, si distrae dai suoi strumenti e dalle sue analisi. Non può zittire le voci ronzanti con altezzosi “non avete studiato”, “non capite”, “siete ignoranti”.

Sia chiaro: è assai verosimile che quelle persone non abbiano compiuto i necessari studi, non capiscano e quindi, in senso proprio, siano ignoranti. Portando avanti solo un discorso così cattedratico, però, la scienza scivola nel dogmatismo, si chiude in sé stessa e dimentica le proprie fondamenta: l’apertura verso il mondo, il perenne tentativo di comprendere e spiegare, l’indipendenza del sapere; e ciò che ottiene è del tutto controproducente.

Non tutti fanno scienza, ma la scienza dovrebbe rivolgersi a tutti

In questo modo, agli occhi dell’osservatore neutrale che non è stato iniziato dagli studi e dalla pratica, l’ottusità dei no-vax è contrapposta da un’impenetrabilità monolitica della scienza. La scienza però non si rivolge a sé stessa: esiste perché è utile a tutti. È aperta. Quindi, deve essere in grado di confrontarsi con tutti, di parlare con tutti.

Se, per assurdo, un ingegnere riuscisse a costruire un ponte di vetro molto più solido di uno in acciaio, ma non fosse in grado di spiegare a tutti, convincendoli, che non vi è alcun pericolo nell’attraversarlo, che ve ne sono anzi di meno rispetto ai ponti che di solito percorriamo, ebbene chi si arrischierebbe a transitarci sopra? Tra noi che non abbiamo studiato ingegneria, probabilmente, quasi nessuno. Saremmo diffidenti. A che cosa sarebbe servito allora lo sforzo dell’ingegnere incompreso?

Una scienza che ascolta

Il discorso pubblico della scienza deve essere instancabilmente persuasivo; se continua a dare indicazioni dall’alto della sua torre d’avorio, non farà altro che rintuzzare la diffidenza generale e alimentare l’ottusità di gruppi come i no-vax. Soprattutto, però, la scienza non deve tradire sé stessa: non deve esaurire il suo slancio verso il mondo, la volontà di mettersi in gioco, in discussione e di sciogliersi da vincoli.

Si potrebbe scomodare il filosofo della scienza P.  Feyerabend e il suo anarchismo per ricordare che la persuasione argomentativa è da sempre un elemento chiave nella storia della scienza: l’ordine e le tavole inviolabili della legge non le sono proprie. E quindi perché non prendere i no-vax come degli ingenui dal sano spirito anticonformista e aprire un discorso molto più libero e fecondo?

Francesco Ziveri

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