«Noi ti battezziamo». Come una formula errata può annullare un battesimo

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Riecheggia come un mantra il detto: “Le parole sono importanti”. Bene, credo che avvenimento come questo risulti ben più che calzante. È fondamentale, in una cerimonia religiosa, l’utilizzo di parole prestabilite. Tuttavia, se ne si cambiasse una? Se al posto di dire “Io ti battezzo” si dicesse “Noi ti battezziamo”?

 

Cosa è successo

Il dibattito nasce da un vescovo, il quale ha sentito il bisogno di chiedere al Vaticano riguardo a un dubbio di forma. Si è chiesto se nella celebrazione del battesimo sia ammissibile la forma plurale, ovvero “Noi ti battezziamo”. Solitamente la formula è al singolare: “Io ti battezzo, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

 

La risposta del Vaticano

La risposta giunge dalla Congregazione per la dottrina della fede, organismo della Curia romana incaricato di promuovere e tutelare la dottrina della Chiesa cattolica. In una nota fornisce le risposte alla domanda sollevata dal vescovo: il battesimo celebrato utilizzando il “noi” non è valido, anzi, dovrebbero battezzarsi nuovamente.




Da dove nasce la variante: “Noi ti battezziamo”?

Al di là dell’errore di forma, ciò  che il Vaticano riscontra è un errore di contenuto. La curia parla, per la precisione, di “deriva soggettivistica”. Spiegano così l’espressione in una nota:

«Recentemente vi sono state celebrazioni del sacramento del Battesimo amministrato con le parole: “A nome del papà e della mamma, del padrino e della madrina, dei nonni, dei familiari, degli amici, a nome della comunità noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”»

Certamente vi è un altissimo significato in ciò: il battezzato, infatti, entra a far parte di una comunità, di una compagnia. Una tendenza ad impossessarsi di un diritto che non appartiene ai genitori, o ai padrini e madrine, bensì al celebrante. Quando il sacerdote pronuncia “Io ti battezzo” opera non in quanto ministro della Chiesa, ma in quanto “strumento”, che opera attraverso di lui. L’ “io” che il sacerdote deve pronunciare è «segno-presenza dell’azione stessa di Cristo». Per questo motivo la formula continua a mantenersi così. Le note della Congregazione della fede sono state firmate e approvate da Papa Francesco, segno di una chiara intesa.

 

 

Jacopo Senni

 

 

 

 

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